Crudo, duro, tagliente. Molto triste e molto bello. Il film La tregua (2025) del regista e sceneggiatore spagnolo Miguel Ángel Vivas ci immerge nell’universo concentrazionario dei gulag sovietici, dove nemici della patria, nemici del popolo, presunti traditori e persone comuni sono costretti a vivere in condizioni che non hanno nulla da “invidiare” ai lager nazisti. In questa storia, i prigionieri sono spagnoli.
Sarebbe naturale chiedersi che ci fanno dei falangisti franchisti e dei repubblicani comunisti insieme in un gulag comunista dell’Unione Sovietica. Ebbene verrebbe da rispondere che questa è stata la tragica storia del Novecento, che va a raggrupparsi nel miserabile campo di lavoro Spassk-99 localizzato nelle sperdute terre kazake.
I repubblicani spagnoli, persa la guerra civile e rifugiatesi in URSS, vengono considerati traditori da Stalin, e rinchiusi nel campo di lavoro. Il dittatore comunista non tollerava nessun dissidio, e di tutti diffidava, anche se comunisti. Nel gulag il capo dei repubblicani comunisti spagnoli è il capitano Reyes (interpretato dall’attore spagnolo Arón Piper). D’altro canto, il caudillo spagnolo Francisco Franco, vincitore della guerra civile, ha inviato una divisione di falangisti (la División Azul) a fianco delle truppe naziste, e un gruppetto di loro al comando del tenente Salgado (interpretato dall’attore anch’esso spagnolo Miguel Herrán) viene mandato al campo di lavoro sovietico.
Il racconto inizia nel 1939, e segue i pessimi rapporti che continuano ad intercorrere tra falangisti fascisti e repubblicani comunisti, nonostante siano tutti prigionieri dei comunisti sovietici. La guerra civile, terminata in Spagna, continua nel gulag sovietico tra le due opposte fazioni di prigionieri.
Le condizioni di vita nel campo di lavoro sono bestiali. Con la musica di Tchaikovsky diffusa nel campo da parte del direttore del campo. L’atmosfera è la stessa di un campo di concentramento nazista. Anche le condizioni di lavoro nella miniera sono bestiali. Prigionieri che muoiono cadendo nella neve come birilli. Qualcuno viene ucciso dai soldati sovietici. Altri vengono lasciati morire così, nella neve.
Sarà nella primavera del 1943 che arrivano al campo i prigionieri fascisti spagnoli. L’odio tra falangisti e comunisti è violento, ciascuno cerca l’umiliazione dell’altro come se stessero ancora combattendo tra di loro in Spagna: il tenente Salgado dei fascisti viene pestato in modo orribile dai repubblicani.
Sarà nell’inverno del 1944 che le due fazioni comprendono la necessità di una tregua tra di loro, vista la comune e atroce condizione di reclusione, grazie al rapporto che si viene a creare tra i due capi, tra il capitano Reyes e il tenente Salgado. Molto bella la scena nella quale un soldato russo ubriaco pretende che i prigionieri spagnoli cantino il loro inno, e le due fazioni iniziano a cantare il loro inno politico. Poi, insieme, riescono a cantare una struggente canzone che consente finalmente a far rinascere uno spirito comune tra i due gruppi politici.
Una svolta si ha nel momento in cui viene accordata la preparazione di un evento organizzato dai prigionieri spagnoli, di cui non vogliamo rivelare nulla per non togliere la curiosità a coloro che intendono vedere il film.
Finalmente emerge l’umanità in entrambe le fazioni. Va messa alla prova, certo, ma poi esce fuori. La nostalgia di casa, il ricordo della donna amata, la cura dei feriti: questo accomuna gli acerrimi nemici, e li avvicina sempre più. Ma nonostante la fine della guerra, i prigionieri spagnoli continuano a rimanere rinchiusi nel campo: Francisco Franco non vuole ammettere che ci fossero stati anche combattenti spagnoli a fianco dei nazisti, e quindi non consente loro di tornare in Spagna. Ma neanche il Partito comunista sovietico consente ai “compagni” spagnoli di andarsene: Stalin è ancora in sella.
Finale bellissimo. “Non c’è uomo più libero di chi è stato prigioniero”. Film da vedere.
