Un contributo alla comprensione dell’uomo a cui il governo Meloni ha voluto intitolare il suo piano per l’Africa è stato il documentario Enrico Mattei. Ribelle per amore (2023), prodotto in collaborazione tra Aut Aut, RAI ed ENI. Antifascista, democristiano, piccolo imprenditore privato, grande manager pubblico, Mattei ha segnato i primi tre lustri della Repubblica. Il titolo del documentario richiama la conclusione della preghiera del partigiano cristiano (“Signore della pace e degli eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi ribelli per amore”).
Come tutti i personaggi forti e divisivi di quel tempo, anche Enrico Mattei fu ammirato e criticato, e il documentario ne riflette fedelmente il profilo attraverso le testimonianze e i ricordi degli uomini intervistati. “Prima di tutto fu un politico, poi si trasformò in un manager di Stato”. “Un uomo di potere”. “Fu un corsaro, un petroliere senza petrolio”. “Mattei s’imponeva ai partiti. Era lui il padrone” (Indro Montanelli. “Era un capo vero” (Gianni Minoli). “Non faceva sconti a nessuno” (Guido Crosetto).
Fu uno dei prodotti dell’Italia profonda. Nacque in provincia, in quel di Acqualagna nelle Marche. Il padre era un brigadiere dei carabinieri, protagonista dell’arresto del bandito Musolino. Famiglia modesta ma dignitosa, intrisa di quel cattolicesimo rurale che cementava un Paese umile ma decoroso, sempre rispettoso dell’autorità dello Stato e attento ai più bisognosi.
Durante la guerra decise con chiarezza da che parte stare, e divenne partigiano. Raccoglieva i fondi delle famiglie benestanti del Nord Italia per sostenere la Resistenza, fu arrestato, scappò e tornò a fare il partigiano. Dopo l’insurrezione del 25 aprile 1945 e la liberazione, Mattei sfilò per le strade di Milano in prima fila insieme a Ferruccio Parri, Raffaele Cadorna, Luigi Longo.
Due ci sembrano le idee di fondo della sua vita da segnalare. La prima è la necessità di abbattere i monopoli privati, per poter creare le condizioni di un nuovo sviluppo della società italiana dopo le distruzioni operate dalla guerra e dalla dittatura. E i monopoli si possono combattere con l’impresa pubblica.
La seconda idea è quella di puntare decisamente sull’autonomia energetica dell’Italia. E qui tornò ad essere un “ribelle”.
Perché “ribelle”? Perché i vincitori della guerra non volevano che i Paesi sconfitti (Germania, Giappone, Italia) potessero avere un’industria petrolifera. E in effetti per la Germania e per il Giappone così avvenne. Non per l’Italia, a causa del “ribelle” Mattei. Questi era stato nominato nel dopoguerra commissario liquidatore dell’AGIP, ma non liquidò nulla. Disubbidisce, non smantella ma rilancia l’industria petrolifera italiana. Lo potette fare grazie al forte sostegno di Ezio Vanoni, uno degli economisti più vicini ad Alcide De Gasperi, oltreché alla politica ricostruttiva dello statista trentino.
Nel 1953 fondò l’ENI, e da qua nasce uno dei pilastri dell’economia, e della vita civile, della storia italiana.
Enrico Mattei fece parte dell’Italia di Giuseppe Dossetti e di Amintore Fanfani, di Giorgio La Pira e di Aldo Moro. Ammiratore della modernità degli Stati Uniti, non immaginava per il futuro un’Italietta povera e dimessa. E inaugurò un metodo di relazioni con i Paesi ricchi di giacimenti di idrocarburi e con quelli sottosviluppati attraverso il quale si poneva da pari a pari, senza lo spirito colonialista di molti concorrenti anglo-americani. Così trattò con l’Egitto, l’Iran, la Libia, l’Algeria, facendo imbufalire le “sette sorelle”. In Algeria appoggiò dunque le forze indipendentiste algerine nella loro guerra contro la Francia coloniale, e per questo l’OAS (l’organizzazione paramilitare francese di estrema destra ferocemente ostile all’indipendenza algerina) lo condannò a morte.
Mori a causa di un incidente, o vittima di un attentato?
Gli autori del documentario propendono evidentemente per la seconda ipotesi, attraverso le parole dell’ex magistrato di Pavia Vincenzo Calia (condusse un’inchiesta sulla morte di Mattei) e del presidente Amintore Fanfani (molto vicino a Mattei, era Presidente del Consiglio quando lui morì).
Calia, dopo aver fornito gli elementi che lo hanno portato a sostenere la tesi della bomba a bordo dell’aereo su cui volava Mattei, ha detto: “io so anche chi sono i mandanti dell’uccisione di Mattei. Lo so ma non posso dirlo, perché non ho le prove”.
Fanfani nel 1986, a oltre 20 anni di distanza dalla tragedia aerea, disse che la morte di Mattei non era stata un incidente, ma un attentato: “Fu l’inizio dello stragismo in Italia”. Correva l’anno 1962.
