La Francia sta vivendo un’ondata di forti agitazioni giovanili, che hanno messo in discussione la capacità del governo di gestire l’ordine pubblico e di contenere la violenza. Come accade spesso in queste circostanze, si parte da una espressione civile e legittima di protesta, con richieste peraltro anche condivisibili, per finire in una esplosione di violenza incivile e intollerabile.
La richiesta di maggiori investimenti nel settore della scuola non è solo una scusa per fare casino. Il sistema scolastico pone le basi per il futuro di una società, e più precaria è la condizione della scuola, più fragili saranno dopo le basi della convivenza e le opportunità di sviluppo sociale.
Per comprendere la condizione delle scuole francesi ricorriamo ai risultati del Programme for International Student Assessment (PISA), che ogni tre anni viene condotto dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). II PISA consente di valutare le conoscenze, le competenze e gli atteggiamenti degli studenti quindicenni.
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L’indagine PISA 2025 si è concentrata soprattutto sulle materie relative alle scienze, con le altre due tradizionalmente prese in esame dall’OCSE (matematica e lettura) considerate questa volta come aree secondarie.
La performance degli studenti quindicenni francesi in scienze è rimasta sostanzialmente la stessa rispetto al 2022, mentre è peggiorata in matematica e in lettura. Non solo, ma il livello raggiunto nel 2025 è il peggiore mai rilevato dal programma PISA in tutte e tre le discipline prese in esame. Nel decennio 2015-2025, la quota di studenti che con risultati scarsi è aumentata del 12% per la matematica, dell’11% in lettura e del 4% in scienze.
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Un aspetto interessante del vasto campo di indagine del PISA 2025 riguarda l’atteggiamento degli studenti nei confronti dell’apprendimento. In questo senso è stato approfondito la cosiddetta “mentalità di crescita”, ovvero la convinzione che l’intelligenza possa essere effettivamente sviluppata attraverso l’impegno, il lavoro e i riscontri ricevuti da essi. Ebbene, l’81% degli studenti francesi quindicenni possiedono questa convinzione, mentre la media dei Paesi OCSE si ferma al 69%.
Ma è soprattutto nelle carenze percepite dagli studenti in termini di risorse umane e materiali che la situazione francese segnala criticità rilevanti. Nel 2025 il 45% degli studenti ha frequentato scuole nelle quali gli stessi dirigenti scolastici evidenziavano l’esistenza di ostacoli allo svolgimento dell’attività scolastica dovuta alla carenza di docenti. La media OCSE è più bassa (39%). Si tenga presente che una delle richieste degli studenti in sciopero è stata proprio quella di non avere più mancanze di personale docente.
Il 20% degli studenti frequenta scuole dove la mancanza di materiale didattico ha in qualche modo ostacolato l’attività didattica. Stiamo parlando di libri di testo, materiale informatico, laboratori. Nel 2022 la percentuale era più bassa (15%).
Il 25% degli studenti sta in scuole in cui la carenza di infrastrutture fisiche ha ostacolato l’attività didattica. Ci si riferisce allo stato degli edifici, degli impianti di raffrescamento o di riscaldamento, dei sistemi di illuminazione. Anche in questo caso la situazione è peggiorata rispetto al 2022: allora la percentuale era del 19%.
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Continuiamo a ritenere che la protesta studentesca (civile) sullo stato della scuola francese sia fondamentalmente una domanda di governo. I professionisti dello sfascio approfittano di ogni frattura sociale per seminare violenza e disordini, ma il governo deve comunque discernere tra teppisti e gli altri ragazzi nella sua risposta. I disordini sono stati talmente gravi che è imprescindibile l’inasprimento delle misure per mantenere l’ordine pubblico. Ma sarebbe un grave errore limitarsi a questo. I problemi della scuola rimangono, teppisti o non teppisti. E sarebbe interesse dello Stato e della politica affrontarli, per il bene dell’intera comunità nazionale.
