Quando ci si imbatte in un discorso dal livello così alto e ispirato come quello tenuta dalla storica e saggista americana naturalizzata polacca Anne Applebaum al 75° Festival di Vienna, vogliamo consigliarne sentitamente la lettura. Si tratta di un discorso sull’Europa, sui suoi fondamenti liberali e democratici, sull’attuale situazione internazionale, sulle minacce autocratiche e dittatoriali che circondano le nostre società. Davvero una grande riflessione che raccomandiamo di leggere.

Il Festival di Vienna nacque nel 1951, e rappresenta uno dei maggiori appuntamenti artistici e culturali d’Europa. Dal 2019 il “Discorso per l’Europa”, promosso per iniziativa della Fondazione ERSTE (la più grande fondazione austriaca delle casse di risparmio), offre una riflessione fondamentale sul presente e sul futuro dell’Europa. La sua sede, Judenplatz a Vienna, ci ricorda che l’Europa può essere compresa solo attraverso lo specchio della sua storia.

Discorso per l’Europa 2026 di Anne Applebaum tenuto nella 75° edizione del Festival di Vienna

Vienna, 13 maggio 2026

Amici e colleghi, signore e signori, illustri ospiti: è un piacere essere qui. Un sentito ringraziamento alla Fondazione ERSTE, alla Wiener Festwochen e all’Istituto di Scienze Umane per l’onore e l’opportunità di parlare qui questa sera. Sono particolarmente grata che insieme abbiate trasformato questo discorso in una tradizione annuale, portando persone da tutto il mondo nella città di Vienna per riflettere sull’Europa.

E questa riflessione mi porta al punto di partenza, con una domanda per il pubblico: perché siete qui? Perché avete trovato il tempo, un mercoledì sera, di venire qui, in Judenplatz, per ascoltare un “Discorso per l’Europa”? Perché avete voluto unirvi a questa tradizione annuale?

Permettetemi di ipotizzare due delle vostre motivazioni. Innanzitutto, molti di voi sono qui perché ricordano la catastrofe che ha travolto questa città, questo Paese e questo continente durante la Seconda Guerra Mondiale, più di 80 anni fa. Sapevate che questa conferenza, in questo luogo, avrebbe rievocato quella storia – quella della guerra, dell’Olocausto, dell’odio e della fame – e che avrebbe onorato la memoria delle vittime.

In secondo luogo, immagino che molti di voi temano che una qualche forma di quella catastrofe possa ripetersi. Se così fosse, siete in buona compagnia e fate parte di una lunghissima tradizione. Dal 1945, diverse generazioni di europei si sono impegnate a fondo per prevenire un’altra catastrofe come la Seconda Guerra Mondiale. Hanno scritto libri di storia ed eretto monumenti. Hanno organizzato eventi come questo. Come potete vedere, continuano a farlo.

Hanno anche riorganizzato le loro società. Mentre gli austriaci ricostruivano Vienna, mentre altri europei ricostruivano Parigi e Berlino, non si limitavano a riportare le cose com’erano prima. Circondati dalle macerie, hanno deciso di costruire qualcosa di completamente nuovo: un insieme di istituzioni progettate per promuovere la democrazia liberale, lo stato di diritto, la cooperazione tra gli Stati, l’integrazione economica e, infine, un mercato unico per gli scambi commerciali.

Queste istituzioni erano state concepite sia per promuovere la prosperità sia per impedire il ritorno delle ambizioni imperialiste e genocidarie che avevano inflitto tanti danni a questa città e a tante altre. Invece di tornare al vecchio sistema di rivalità, protezionismo ed eserciti in guerra, gli europei crearono l’Unione Europea e una serie di altre organizzazioni che li collegarono tra loro e al resto del mondo attraverso legami di commercio, scambi, viaggi e diplomazia.

L’Europa emersa da questo processo rappresenta un risultato enorme, un risultato senza precedenti, in effetti; un risultato che non ha veri paralleli in nessun’altra parte del mondo. Grazie agli sforzi di quella generazione del dopoguerra, l’Europa è più sicura, più ricca e più pacifica che mai nella sua storia. I Paesi europei sono anche più sovrani. Grazie a otto decenni di deterrenza collettiva, gli europei hanno potuto sviluppare le proprie culture nazionali in un quadro di pace, anziché di guerra perpetua. Grazie all’Unione Europea, gli europei possono preservare la loro arte, la loro letteratura e la loro architettura, compresi gli edifici che ci circondano qui. Grazie a una rete di trattati e accordi, gli europei hanno anche costruito democrazie che tutelano la libertà individuale e i diritti dei cittadini.

Questo successo ha però un risvolto negativo. Poiché queste istituzioni hanno funzionato così bene, la gente ha iniziato a pensare che non fossero il risultato di duro lavoro e difficili compromessi, ma piuttosto qualcosa di naturale, delle “burocrazie” sorte spontaneamente. Grazie a quegli 80 anni di pace, le persone hanno iniziato a dare per scontate le leggi e le norme che garantiscono la pace.

Se siete qui stasera perché temete che queste istituzioni siano ora in pericolo, avete ragione. Perché proprio ora, in questo preciso istante, sono sotto attacco. La sfida proviene, prima di tutto, dalle nostre stesse società. In tutta Europa e in Nord America, testi scartati, concetti dimenticati e teorie vagamente ricordate vengono riproposti da persone che non ricordano perché furono screditate tre generazioni fa.

Molti, ad esempio, hanno riadottato vecchi atteggiamenti nei confronti della democrazia parlamentare e ora manifestano lo stesso disprezzo per le elezioni che un tempo esprimevano gli autocrati del XX secolo. Lenin liquidava i parlamenti come nient’altro che “democrazia borghese”. Hitler definì la democrazia parlamentare “uno dei sintomi più gravi del declino umano”. Quando sentite i politici europei parlare della “degenerazione” della democrazia o della “debolezza” del liberalismo, ricordate che queste stesse parole venivano usate anche negli anni ’30 da gruppi che si definivano sia di sinistra che di destra.

Alcuni stanno anche riscoprendo vecchie tattiche politiche, ad esempio l’idea che la politica non debba concentrarsi sulla creazione di un consenso, ma sulla costruzione di una distinzione esistenziale, potenzialmente violenta, tra “amici” e “nemici”. Forse non sanno nemmeno che quest’idea proviene dal filosofo tedesco Carl Schmitt, popolare nel Terzo Reich, che liquidava la politica liberale come una farsa.

E queste non sono le uniche idee che sono tornate. Il nazionalismo etnico, ad esempio, la convinzione che le nazioni siano migliori se in qualche modo più pure, comunque si definisca la purezza, è anch’esso tornato. Così come la teocrazia, o dominionismo. Questa è la convinzione che le uniche società buone siano quelle governate dalla Chiesa. Lo stesso vale per un’idea più antica di sovranità, una visione dello Stato che attribuisce tutto il potere a un governante o a un partito al potere, il quale, per definizione, è immune da critiche, anche quando viola i diritti dei suoi sudditi.

In effetti, la svalutazione dei diritti umani, considerati qualcosa di sentimentale e debole, è un’idea molto antica. La sostituzione della raccolta di notizie e della verifica dei fatti con la propaganda è un fenomeno che abbiamo già vissuto, così come i tentativi di controllare e manipolare l’accesso all’informazione. Allo stesso modo, non dobbiamo andare troppo indietro nella storia per scoprire che la creazione di capri espiatori, gruppi minoritari la cui presenza può essere additata come causa di perdite economiche o disagi sociali, è una tattica politica già sperimentata in passato.

Queste sono idee europee, che provengono dalla storia europea. Ma vengono rafforzate anche dall’esterno dell’Europa. Le sentiamo, ad esempio, dalla Russia, nella propaganda che usa per giustificare tutta una serie di attacchi militari, informatici e ibridi contro l’Europa. La guerra della Russia contro l’Ucraina viene talvolta descritta, anche di recente dal vicepresidente americano, come se non fosse altro che una disputa territoriale, una lite per dei confini su una mappa. Ma quando la Russia nega che l’Ucraina sia una nazione reale; quando costruisce campi di concentramento sul territorio ucraino occupato; quando vieta la lingua ucraina e arresta sistematicamente sindaci, insegnanti, giornalisti e sacerdoti, allora la Russia attacca anche l’Europa costruita dopo il 1945, l’Europa i cui confini non dovrebbero essere modificati con la forza. La Russia ha invaso l’Ucraina non solo per distruggerla, ma anche per dimostrare che i trattati sono privi di significato, le alleanze sono deboli e che la forza bruta decide ancora il destino delle nazioni. Conducendo una guerra di conquista imperialista, la Russia cerca di minare l’ordine post-imperiale europeo.

In questo senso, l’attacco russo all’Ucraina è anche un attacco all’Unione Europea. Gli europei possono immaginare che l’UE sia un mero inconveniente burocratico. Ma i russi non l’hanno mai pensato. Al contrario, il presidente russo ha da tempo compreso che, quando unita, l’Europa può resistere all’influenza e alla corruzione russa. Quando è divisa, gli europei trovano molto più difficile rifiutare le offerte russe di trattamenti speciali o lucrosi accordi segreti.

Ecco perché, da ormai due decenni, i propagandisti russi sminuiscono l’Unione, ne deridono le istituzioni e, facendosi portavoce di alcuni europei, la dipingono come decadente, divisa, eccessivamente regolamentata o condannata al fallimento. La loro politica non si limita solo alle parole o ai meme. Cercano anche attivamente di creare caos e divisione. Alcuni mesi fa, agenti pagati dalla Russia hanno piazzato esplosivi su una linea ferroviaria polacca, nel tentativo di provocare una strage. Droni russi sono stati utilizzati per ostacolare il traffico negli aeroporti di tutta Europa. Assassini russi hanno ucciso persone in Gran Bretagna, Germania e Spagna.

Il denaro russo sostiene partiti e leader politici europei le cui vittorie limiterebbero la capacità dell’Europa di difendere il proprio territorio. Ecco perché i russi finanziano o amplificano partiti politici antieuropei e movimenti separatisti. La Russia vuole sostituire l’Europa del diritto con un’Europa tollerante alla cleptocrazia: un’Europa in cui ogni Paese può essere sottoposto a pressioni individuali, minacciato individualmente, comprato individualmente.

In un’altra versione di questo discorso, che avrei potuto pronunciare due o tre anni fa, avrei parlato della necessità che i leader europei e americani collaborassero per contrastare la minaccia militare e ideologica della Russia, per proteggere e difendere insieme la democrazia liberale e lo stato di diritto. Ma è qui che credo sia necessario riconoscere ciò che sta accadendo ora a Washington, perché gli Stati Uniti, sotto questa amministrazione, non sono più interessati a guidare coalizioni democratiche, contro la Russia o chiunque altro. La democrazia non è più al centro della politica estera statunitense, né dell’identità americana. Al contrario, Donald Trump ha iniziato ad allineare le politiche estere e interne degli Stati Uniti ai valori e alle pratiche del mondo autocratico, Russia inclusa.

Questo drastico cambiamento è ovviamente più evidente nelle politiche interne del presidente e nel tentativo della sua amministrazione di tagliare i finanziamenti a USAID e Radio Free Europe, le istituzioni americane che un tempo promuovevano la democrazia in tutto il mondo. Ma è anche evidente nei rapporti del presidente con gli alleati storici di Washington. Fin dai primi giorni del suo mandato, il presidente Trump ha attaccato verbalmente il Canada, l’Unione Europea e i partner asiatici degli Stati Uniti, imponendo dazi inspiegabilmente elevati sui loro prodotti. Ha urlato contro il presidente ucraino nello Studio Ovale, ha minacciato di annettere la Groenlandia con la forza, ha affermato che l’UE è stata creata per “fregare” gli Stati Uniti e, più recentemente, ha fatto eco a Putin definendo la NATO una “tigre di carta”. In rottura con tutte le precedenti amministrazioni del dopoguerra, Trump ha negoziato con la Russia principalmente non per portare una pace giusta in Ucraina o la sicurezza in Europa, ma per aiutare le imprese statunitensi a trarre profitto dalla revoca delle sanzioni russe. Come i russi, e come i critici europei della democrazia, anche alcuni membri dell’amministrazione Trump sono entrati nella guerra delle idee. In un discorso tenuto a Monaco lo scorso febbraio, il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che America ed Europa sono unite non da valori, né da un impegno per la democrazia, ma da “fede cristiana, cultura, patrimonio, lingua, ascendenza”: da sangue, terra, DNA e un passato remoto, in altre parole, non dal presente o dal futuro. Infatti, sebbene il discorso elogiasse Dante, Shakespeare, Mozart e le “volte della Cappella Sistina”, Rubio, come Putin, ha condannato l’Europa moderna definendola un continente sopraffatto da migranti, criminalità e degrado.

Più recentemente, il Vicepresidente JD Vance, parlando a Budapest, ha anch’egli elogiato l’architettura europea, ma ha condannato i “burocrati senza volto” dell’UE per la presunta interferenza nelle elezioni ungheresi. Lo ha fatto durante un evento della campagna elettorale, mentre lui stesso interveniva nelle elezioni ungheresi a favore dell’ormai deposto primo ministro ungherese Viktor Orbán.

Questi due discorsi non sono stati casi isolati. Rappresentano la politica dell’amministrazione Trump, così come presentata nella Strategia di Sicurezza Nazionale pubblicata alla fine dello scorso anno. Tale documento chiariva che, sebbene gli Stati Uniti non interverranno più per promuovere la democrazia in nessuna parte del mondo, la politica americana ora prevede di “aiutare l’Europa a correggere la sua traiettoria attuale”, un linguaggio che implica un intervento diretto degli Stati Uniti nella politica europea. L’obiettivo, secondo gli autori, era quello di impedire la “cancellazione della civiltà” europea.

Secondo quanto riportato all’epoca, una versione precedente del documento era più specifica. Invitava esplicitamente le istituzioni diplomatiche e di sicurezza statunitensi a sostenere le forze illiberali in quattro paesi europei – Ungheria, Polonia, Italia e, si noti bene, Austria – con l’obiettivo esplicito di persuaderli ad uscire dall’Unione Europea. Per tutti e quattro, ciò rappresenterebbe una catastrofe economica, proprio come lo è stata la Brexit per la Gran Bretagna. Per il resto d’Europa, le prospettive non sarebbero molto migliori. Un’UE danneggiata farebbe certamente fatica a contrastare la guerra ibrida russa, per non parlare di un attacco militare russo. Un’Europa gravemente indebolita perderebbe rapidamente la sua sovranità e si troverebbe nell’impossibilità di competere in un mondo dominato da Stati Uniti e Cina. L’Europa diventerebbe sempre più povera e debole, proprio come l’Ungheria si è impoverita e indebolita sotto il governo di Orbán.

Ma, come possiamo vedere, questa politica è già in atto. Rompendo con la prassi consolidata, Rubio, Vance e lo stesso Trump hanno tutti apertamente appoggiato Orbán, il politico che più di chiunque altro ha fatto per distruggere l’unità europea, favorire gli interessi russi e al contempo impoverire il suo Paese. Persino la sua campagna elettorale ha cercato esplicitamente di demonizzare sia l’UE che gli ucraini, additandoli come capri espiatori e nemici esistenziali della nazione ungherese, al fine di distrarre gli ungheresi dalla propria corruzione, utilizzando tattiche riprese direttamente da quei vecchi e polverosi libri di storia. Poche settimane prima del voto, ho visto a Budapest manifesti con tre volti scuri e minacciosi: Volodymyr Zelensky, Péter Magyar e Ursula von der Leyen. Lo slogan recitava: “Loro sono il rischio. Fidesz è la scelta sicura”. Come sappiamo, questo si è rivelato troppo ridicolo, troppo complottista per il popolo ungherese, che ha votato in modo diverso.

Ma l’amministrazione Trump ha sostenuto Orbán fino alla fine. In parte, il suo obiettivo era interno: Vance fa campagna per Orbán a nome del suo pubblico nazionale, che da tempo ha accettato gli stessi falsi stereotipi sull’Europa e sull’Ucraina che sentiamo dai propagandisti russi. Ma c’è anche una precisa agenda commerciale. Come i suoi colleghi del settore tecnologico, Vance sostiene apertamente leader politici con un’esplicita agenda anti-UE proprio perché, come i russi, vogliono indebolire o distruggere l’Unione Europea.

A onor del vero, le motivazioni russe e americane sono diverse. Ma entrambe, in definitiva, non si preoccupano solo dell’ideologia, ma anche dei propri interessi commerciali. Vance, come Elon Musk o Mark Zuckerberg, sa che la Commissione Europea è l’unico organismo al mondo abbastanza grande da regolamentare le piattaforme digitali, da esigere trasparenza da esse e da imporre che il potere privato sia soggetto alle regole pubbliche. In un’intervista del gennaio 2025, ad esempio, Zuckerberg si è detto “ottimista” sul fatto che il presidente Donald Trump sarebbe intervenuto per impedire all’UE di applicare le proprie leggi antitrust: “Penso che voglia solo che l’America vinca”.

Dove ci porta tutto questo, qui in Europa?

Da un lato, ci troviamo di fronte a un regime russo riarmato e radicalizzato che sta già usando sabotaggi, propaganda e minacce militari per influenzare la politica europea.

Dall’altro lato, ci troviamo di fronte a un movimento radicalizzato all’interno dell’amministrazione statunitense che definisce le nostre società come un nemico di civiltà.

Per ragioni diverse, entrambi auspicano un’Europa più debole e frammentata. Entrambi desiderano un’Europa meno capace di agire in modo indipendente nel mondo. I russi vogliono un’Europa incapace di difendersi militarmente. Gli americani vogliono un’Europa totalmente dipendente dalla tecnologia americana e quindi suscettibile al controllo politico statunitense.

Di fronte a questa sfida, gli europei possono, naturalmente, arrendersi. Noi – e parlo qui come cittadina polacco – possiamo lasciare che i negoziatori statunitensi continuino a prolungare la guerra in Ucraina, a pianificare accordi commerciali con la Russia invece di una pace che gioverebbe all’Europa. Possiamo assistere passivamente mentre americani e russi amplificano movimenti e leader politici antieuropei. Possiamo cedere alle varie tentazioni e alle lusinghe. Possiamo permettere che l’Europa diventi di nuovo un continente di nazioni in guerra, facilmente manipolabile da potenze esterne: Russia, Stati Uniti e, naturalmente, anche la Cina.

Possiamo lasciare che le aziende dei social media con sede nella Silicon Valley e a Shanghai decidano cosa gli europei leggono e vedono, utilizzando algoritmi opachi e manipolativi che solo loro controllano. Possiamo permettere che una vittoria russa in Ucraina metta in pericolo non solo i paesi confinanti con la Russia, ma tutti noi. Ricordiamoci che Putin ha affermato che ovunque metta piede un soldato russo, quella è Russia. Ma in passato i soldati russi non hanno messo piede solo a Varsavia e Riga, ma anche a Berlino e persino a Vienna. Oggi, la guerra ibrida estende l’influenza russa all’Egeo e al Mediterraneo, persino alla regione del Sahel in Africa. Possiamo arrenderci e lasciare che si estenda anche al Baltico e all’Atlantico.

Oppure possiamo scegliere qualcosa di diverso.

Possiamo reagire, non con le parole, ma costruendo. Possiamo iniziare, come hanno già fatto i francesi e i taiwanesi, a collaborare alla creazione di tecnologie alternative adatte non solo all’Europa, ma all’intero mondo democratico. Invece di ricevere informazioni da piattaforme progettate per dividerci e sfruttarci, potremmo fondare e finanziare nuove aziende. Possiamo cambiare le regole che le governano.

La trasparenza può sostituire l’oscurità. Gli utenti delle piattaforme social potrebbero possedere i propri dati e decidere cosa ne viene fatto. Potrebbero influenzare direttamente gli algoritmi che determinano ciò che vedono. I legislatori nelle democrazie potrebbero creare gli strumenti tecnici e legali per dare alle persone maggiore controllo e più possibilità di scelta, o per ritenere le aziende responsabili se gli algoritmi che utilizzano promuovono il terrorismo, il razzismo o la pedopornografia. I cittadini scienziati potrebbero collaborare con le piattaforme per comprenderne meglio l’impatto, proprio come in passato hanno collaborato con le aziende alimentari per garantire una migliore igiene o con le compagnie petrolifere per prevenire danni ambientali.

Soprattutto, dobbiamo valorizzare i nostri successi. L’Europa rimane un’oasi di sicurezza, stabilità e stato di diritto. Abbiamo tribunali indipendenti, che si sforzano di non essere semplici portavoce di chi è al potere. Manteniamo la parola data. Rispettiamo i contratti. Il nostro continente rispetta e ammira la scienza, legge la storia, si interessa alla cultura ed è consapevole delle lezioni del passato. Dovremmo sfruttare queste qualità per diventare un polo di attrazione per investimenti, innovazione e persone con nuove idee. La nostra stessa prevedibilità è un vantaggio in un mondo di poteri imprevedibili.

Per capitalizzare i nostri numerosi vantaggi, dobbiamo però cambiare alcune politiche e alcune priorità. Dobbiamo investire di più nelle nuove aziende europee di tecnologia per la difesa che stanno nascendo, a volte ispirate dagli incredibili progressi tecnologici degli ucraini, a volte collaborando direttamente con loro. Dobbiamo investire nelle piattaforme di social media europee e nell’intelligenza artificiale europea, con valori europei integrati. Dobbiamo fare in modo che i nostri dati siano archiviati da questa parte dell’Atlantico. Abbiamo bisogno di un’unione dei mercati dei capitali affinché l’Europa possa esprimere appieno il suo potenziale economico. Dobbiamo pensare come la zona economica più potente del mondo, quale siamo, e agire di conseguenza.

Dovremmo fare tutto questo per proteggere la nostra sovranità, in modo che le decisioni sull’Europa vengano prese in Europa. In passato, la sovranità si misurava in eserciti, confini e forza industriale. Oggi deve essere misurata anche in reti, piattaforme e talento ingegneristico. Se l’infrastruttura del dibattito democratico è di proprietà di altri, governata altrove e responsabile nei confronti di interessi privati altrove, allora l’indipendenza formale perde di significato. Chi usa la parola “sovranità” per indicare isolazionismo e protezionismo commette un errore ancora più sciocco. Oggi, una nazione può avere le proprie elezioni, un sistema giuridico separato e confini attentamente controllati, eppure scoprire che la sua sfera pubblica è plasmata da sistemi che non comprende né controlla.

Infine, dobbiamo dare una risposta agli appelli nostalgici alla civiltà occidentale che sentiamo ora da parte di politici e ideologi statunitensi, così come da molti europei. Ci interessa il passato – a me interessa profondamente – ma vorrei che ne ricordassimo di più. Sì, gli europei hanno costruito cattedrali meravigliose ed eterne, e piazze cittadine come questa. Ma la civiltà europea non è solo uno sfondo per gli influencer di Instagram. Ricordiamoci anche di altre cose che l’Europa ha costruito. Dopo secoli di guerre di religione, dittature e genocidi, gli europei hanno inventato le idee che costituiscono le basi della democrazia liberale.

Una definizione più veritiera di civiltà europea o occidentale non si limita agli archi rampanti, ma include anche lo stato di diritto, la separazione dei poteri, l’indipendenza della magistratura, la libertà di parola, l’uguaglianza davanti alla legge e l’idea che i governi siano responsabili nei confronti dei cittadini. Questi elementi fanno parte del patrimonio europeo tanto quanto la sua letteratura o la sua architettura. Anzi, sono ciò che rende il patrimonio culturale europeo più di una semplice collezione museale. Sono ciò che permette alle persone libere di leggere Dante in modo diverso, di discutere apertamente di Shakespeare, di frequentare le chiese o le cattedrali che preferiscono, di criticare i propri governanti senza timore e di cambiare governo senza spargimento di sangue.

Non si può celebrare la civiltà europea e allo stesso tempo attaccare l’ordine giuridico e politico che vi è stato creato, o cercare apertamente di minare le istituzioni che tutelano il pluralismo e il dissenso. Chiunque lo faccia, difende l’involucro di quella civiltà, non la sua sostanza.

Vi lascio con questa riflessione: ogni giorno gli Stati Uniti allontanano potenziali visitatori, investitori e ricercatori. Ogni giorno la Russia uccide persone innocenti in una sanguinosa e inutile guerra coloniale. E ogni giorno l’Europa ci offre la prova che antichi rivali possono convivere pacificamente, perseguendo la prosperità.

Stiamo vivendo un momento di grande cambiamento, tanto significativo e determinante quanto la fine del comunismo nel 1989. Ma possiamo far sì che questo cambiamento giochi a nostro favore. Gli europei sono indubbiamente uniti da molti legami: da una storia condivisa, nel bene e nel male; da un’arte e una cultura condivise; da religioni condivise, così come da una comune tolleranza religiosa, un’idea nata qui, in Europa, nel XVIII secolo, e successivamente esportata negli Stati Uniti.

Abbiamo inventato idee divisive e ripugnanti, e possiamo recuperarle dal passato. Ma tutti i testi che hanno portato alla nascita del liberalismo classico sono stati scritti qui, se vogliamo ritrovarli, farli rivivere e reinterpretarli per il presente. Anche queste sono idee antiche che possono essere rinnovate. Non siamo condannati al mondo brutale e spietato di Carl Schmitt o Lenin, dove la forza fa la ragione. Possiamo scegliere qualcosa di diverso, e credo che lo faremo.