Il 25 novembre scorso si è tenuto a Villafranca di Verona un incontro durante il quale è stata ricordata l’impresa compiuta in Afghanistan nel 2005 dall’allora Reparto Mobile di Supporto (oggi è il 3° Stormo) dell’Aeronautica Militare italiana, realizzando ad Herat la Forward Support Base che avrebbe ospitato i militari della NATO destinati al comando occidentale della missione internazionale ISAF.
La base venne denominata Camp Arena, in onore della città di Verona a cui lo Stormo è particolarmente legato. All’incontro, oltre ai militari dell’Aeronautica, hanno partecipato il sindaco della città e una rappresentanza degli studenti delle scuole di Villafranca. Di seguito si riporta l’intervento introduttivo, che ha preceduto la tavola rotonda durante la quale sono state discusse le capacità di proiezione all’estero dell’Aeronautica Militare di allora (2005) e di oggi.
Herat, 20 anni dopo
Villafranca di Verona, 25 novembre 2025
Autorità civili e militari, ragazzi delle scuole di Villafranca,
io sono qua oggi perché 10 anni fa scrissi un libro sulla realizzazione della base aerea di Herat, nell’omonima provincia occidentale dell’Afghanistan.
Il libro parlava di terrorismo internazionale; parlava dell’Afghanistan e della sua recente e tormentata storia; parlava del dibattito politico e parlamentare italiano circa la partecipazione di una missione militare dell’Italia allo sforzo internazionale contro i terroristi di al-Qaeda e di Osama bin Laden nascosti in Afghanistan. E naturalmente parlava del lavoro svolto ad Herat dall’allora Reparto Mobile di Supporto dell’Aeronautica Militare, con base qua a Villafranca.
Quel libro di dieci anni fa nasceva da un interesse e da un racconto.
Il mio interesse era rivolto all’Afghanistan, uno dei Paesi più martoriati al mondo negli ultimi 50 anni. Questo interesse mi nacque da giovane, ascoltando i reportage di giornalisti e attivisti italiani realizzati durante l’occupazione sovietica dell’Afghanistan negli anni Ottanta. Questi giornalisti riportavano in Italia esempi di piccole mine anti-uomo russe, a forma di foglia, che mutilavano i bambini afghani, costringendo così i loro padri a rimanere a casa per accudirli, e a non aderire attivamente alla resistenza anti-sovietica.
Il racconto, invece, da cui ha preso avvio il libro, fu quello dell’allora comandante del reparto di Villafranca, nonché della task force che realizzò Camp Arena ad Herat, ovvero il generale Roberto Zago, che dopo parteciperà alla tavola rotonda.
In quel racconto vibravano molti ricordi, e molte suggestioni. Vi era la coscienza dell’importanza di quanto fatto in Afghanistan, dello spirito con cui venne fatto, del peso della responsabilità che ha gravato su chi doveva adempiere alla missione affidatagli.
Mi sembrò una storia meritevole di essere raccontata. Non una storia di tecnica logistica, o di efficienza di strutture operative, ma una storia soprattutto di persone, di testimonianze, di riflessioni sui grandi eventi in cui gli uomini di Villafranca vennero coinvolti.
Gli attentati terroristici di al-Qaeda alle Torri Gemelle di New York l’11 settembre 2001; la reazione americana e del mondo contro gli autori degli attentati e le loro basi in Afghanistan; il crollo del regime dei Talebani, complici di Osama bin Laden; l’intervento di forze militari internazionali in Afghanistan per stabilizzare il Paese; l’invio di militari italiani.
In tutto questo fragore della storia, si inserirono anche i militari di Villafranca.
In fondo, la Storia con la “S” maiuscola, è come un film.
Le nostre vite risultano troppo brevi per poterla racchiuderla tutta, la Storia. Noi siamo protagonisti di una scena, di un episodio, dentro il lungometraggio della Storia, che inizia prima di noi e che prosegue oltre noi. Ma nel breve tempo che ci viene dato da vivere, nella scena o nell’episodio nel quale ci troviamo collocati, lì noi siamo i protagonisti.
Camp Arena, la base di Herat, è stato un episodio nella secolare storia dell’Afghanistan, e in quella annosa della lotta al terrorismo jihadista. Prima di Camp Arena, il lungometraggio della storia afghana ha avuto tante scene, e molte altre ne gireranno negli anni futuri. Ma a Camp Arena, voi siete stati indubbiamente i protagonisti. E ne potete essere giustamente orgogliosi, a 20 anni di distanza da quei tempi.
La storia raccontata nel libro è stata certamente una storia di successo per voi, un successo operativo, militare, logistico.
Ma è stata anche una storia di arricchimento professionale ed umano. Ricordo con piacere le conversazioni che tenni con alcuni di voi, grazie alla sempre fattiva collaborazione del generale Massimo Cicerone. Mi raccontaste le vostre esperienze professionali ad Herat, le vostre impressioni, e anche qualche timore.
Compresi subito lo straordinario sforzo fatto a Villafranca nei mesi tra la fine del 2004 e l’inizio del 2005. Mi disse uno degli uomini addetti alla movimentazione dei materiali a Villafranca, quando cominciai a scrivere il libro: in un solo mese (nel 2005) movimentammo quanto oggi (nel 2014) movimentiamo in un anno; il ponte aereo per Herat è equivalso al materiale movimentato in molti anni precedenti. “C’era agitazione in giro” mi raccontò “sapevamo che ci stavamo giocando una posta molto grossa”.
Quante prime volte! Il primo grande ponte aereo militare dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. La prima volta che la bandiera di guerra del reparto usciva dal Paese. La prima volta che l’intera predisposizione della nuova base aerea all’estero ricadeva interamente sul reparto di Villafranca.
Ma quella di Herat fu anche una storia di speranza per il popolo afghano, speranza che anno dopo anno si è affievolita, fino a spengersi praticamente del tutto.
Mi avvio alle conclusioni, con tre considerazioni finali.
1) La storia di questi 20 anni ha insegnato molto ai militari (la logistica aeronautica moderna probabilmente non sarebbe stata questa, senza Camp Arena), ma ho qualche dubbio che abbia insegnato molto anche ad altri.
Il precipitoso ritiro americano e degli altri contingenti nel 2021 è stato il risultato finale di trattative avviate nel 2018, durante la prima presidenza Trump. Le trattative tra americani e Talebani vennero fatte senza il governo afghano, delegittimandolo così agli occhi di tutti. Anche di quelli che avrebbero dovuto difenderlo, come l’esercito afghano. I primi a delegittimarlo furono quelli che negli anni hanno sostenuto il maggior sforzo per appoggiarlo. Il risultato finale della delegittimazione fu il disastro.
2) Si è detto che il fallimento della guerra in Afghanistan sia emblematico per dimostrare il fallimento della politica tesa ad “esportare la democrazia”. Giusto. La democrazia non è un bene, un frigorifero o un’auto, da esportare. Ma voglio farvi due domande.
Voi credete davvero che quando l’Occidente fallisce, il mondo diventi migliore? Voi credete davvero che, una volta fallita la “esportazione della democrazia”, il mondo sia diventato più pacifico, più libero e più giusto?
Chiedetelo alle ragazze afghane, ragazze come voi che siete qui in questa sala, cosa ha significato vedere gli aerei occidentali andarsene da Kabul, e con essi la speranza di un mondo un po’ più giusto, non dico tanto, ma almeno un po’ più giusto.
3) Terza ed ultima considerazione. L’Afghanistan è stato definito “la tomba degli imperi”. In quella terra ci hanno rimesso le penne sia gli Inglesi, che i Russi e gli Americani.
La tomba degli imperi.
Quando si cammina tra le rovine dei Fori Imperiali a Roma, ci si ritrova più facilmente che altrove a riflettere sul senso di caducità della gloria militare e politica. Sic transit gloria mundi. Così passa, così finisce la gloria del mondo.
Questo senso di caducità, di fragilità, avvertito nei grandi accadimenti della storia, permea anche le parole pronunciate da un grande presidente degli Stati Uniti, Abramo Lincoln, in uno dei discorsi sulla democrazia più commossi ed ispirati.
In quel discorso, tenuto a Gettysburg davanti al memoriale delle vittime di una delle più feroci e sanguinose battaglie della Guerra Civile americana, Lincoln incoraggiò il suo popolo ad aiutare la democrazia, affinché “il governo del popolo, dal popolo, per il popolo, non abbia a scomparire dalla terra”.
Sarà questo il compito della nuova generazione che si affaccia sul balcone della storia: evitare che la democrazia scompaia dalla terra, come temeva Abramo Lincoln un secolo e mezzo fa?
Questo è quanto, a 20 anni da Camp Arena, mi sono sentito di dire a voi militari e a voi giovani.
A voi militari, che avete dedicato la vostra vita a difendere lo Stato, ricordatevi che il nostro non è uno dei tanti Stati esistenti, ma è uno dei pochi Stati democratici esistenti. E l’aggettivo “democratico” è più importante del sostantivo “Stato” a cui è riferito.
A voi giovani, voglio ricordare le parole di una grande studiosa, Anne Applebaum, che in un articolo sulla rivista americana “The Atlantic”, poche settimane dopo l’aggressione militare russa all’Ucraina:
“Prendete sul serio la democrazia” scrisse. “Insegnatela”, e questo è compito dei vostri insegnanti. “Discutetela”, magari anche insieme ai vostri insegnanti. “Miglioratela”, e questo riguarda tutti noi. Ma soprattutto, “difendetela”.
