Quando si parla dei Sudeti, la popolazione germanofona ai confini tra Germania e Cecoslovacchia, la memoria corre ad uno dei periodi più cupi della storia europea: la pretesa di Hitler di annettersi il loro territorio collocato in Cecoslovacchia, per poi prendersi tutto il Paese; la Conferenza di Monaco del 1938 e l’arrendevolezza delle democrazie europee davanti ai diktat di Hitler; l’annessione dei Sudeti al Terzo Reich e il trionfante ingresso di Hitler e dell’esercito nazista a Praga. Anni cupi, segnati da presagi di guerra e di malvagità. Ma di Sudeti si continua a parlare anche oggi.
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La novità riguarda il convegno annuale dei tedeschi dei Sudeti, che si tiene ormai da 76 anni. Per la prima volta è stato organizzato nella Repubblica Ceca e non in Germania, nel corso del mese di maggio, nella città morava di Brno. Vi partecipano circa 3 mila persone, più o meno divise a metà tra tedeschi e cechi.
Questa novità è particolarmente importante perché vuole essere un’ulteriore prova di dialogo e di riconciliazione tra tedeschi e cechi dopo le terribili ferite che la storia del Novecento ha inferto alle popolazioni coinvolte. Effettuare il raduno dei tedeschi proprio nel Paese che visse una doppia tragedia storica di tali dimensioni ha una valenza notevole. Parliamo di doppia tragedia perché colpì i cechi quando Hitler annesse la Cecoslovacchia al Terzo Reich con la scusa dei Sudeti, e colpi i tedeschi che scapparono dalla Cecoslovacchia dopo la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale.
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Contemporaneamente al raduno di Brno, circa 2 mila persone hanno partecipato alla marcia della riconciliazione, come si chiama oggi, a partire dalla città di Pohořelice. La marcia ripercorre parte del tragitto compiuto nel 1945 da migliaia di residenti di lingua tedesca di Brno che vennero espulsi dopo il tracollo del Terzo Reich: quella marcia è rimasta nella memoria come la “marcia della morte”.
Tutto accadde nella notte tra il 30 e il 31 maggio 1945, quando quasi 20 mila tedeschi vennero cacciati da Brno, condotti verso Pohořelice e poi verso il confine austriaco. Qualche migliaio di essi mori lunga la strada. Oggi può apparire come una malvagità, ma nell’immediatezza del dopoguerra, dopo le crudeltà naziste compiute in Cecoslovacchia, anche questi eventi vanno giudicati contestualizzandoli nei sentimenti e nelle brutalità del tempo. Sono temi difficili da maneggiare, occorre equilibrio e spirito di verità.
Ecco perché la pacificazione in Europa è passata grazie a nuove istituzioni e ad una politica di riconciliazione. Come ha dichiarato il ministro degli Interni tedesco Alexander Dobrindt: “Gli amici dell’incontro di Brno, con la loro determinazione, hanno trasformato l’espulsione in riconciliazione”.
L’alternativa alle tragedie è la politica di pace e libertà portata avanti con l’europeismo post bellico, non il riaccendersi di un nazionalismo revanscista che tante brutalità ha portato ai cittadini europei nel corso della storia.
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Il rischio che la riconciliazione passi per revisionismo è reale, inutile nasconderselo. Come è inutile fingere che tutto sia ormai pacificato: l’orrore nazista ha lasciato nelle famiglie che l’hanno subito una ferita quasi non cicatrizzabile. E relativizzare la tragedia riacutizza il dolore e la protesta.
Secondo quanto riportato dall’emittente tedesca DW, il Parlamento ceco ha approvato una dichiarazione che si oppone all’evento di Brno: “La Camera dei Deputati esprime la propria opposizione allo svolgimento del 76° congresso della Sudetendeutsche Landsmannschaft (Associazione dei tedeschi dei Sudeti) sul territorio della Repubblica Ceca, in considerazione del contesto storico e del fatto che, all’interno di alcune frange di questo movimento, sono da tempo presenti posizioni che mettono in discussione gli accordi postbellici”. Alcuni vandali hanno imbrattato con svastiche il monumento alle vittime della marcia della morte a Pohořelice.
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Il dolore è tenace, e le tensioni possono riaccendersi. La politica può cinicamente sfruttare il dolore e le tensioni per fini demagogici o contribuire alla pacificazione degli animi e dei popoli. La riemersione di diatribe del genere ci deve indurre a riflettere da un lato su quanta strada sia stata fatta in Europa grazie alla lungimiranza di leader politici di altissimo livello, che hanno operato nel dopoguerra in modo tale che i terribili nemici di ieri diventassero partner in una nuova Europa di oggi.
Ma dall’altro si odono troppe parole d’odio. Troppa fascinazione per gli “uomini forti”. Troppo relativismo morale, attraverso il quale non si riconosce più chi sia stato la vittima e chi il carnefice. Le tragedie della storia si superano nella verità e nella giustizia. La riconciliazione è una politica che non dimentica il passato, ma incita tutti a costruire insieme un futuro diverso. Questo fecero le classi dirigenti del dopoguerra.
Occorre oggi vigilare che qualcuno non si dimentichi di questa elementare evidenza storica, ritornando a foschi incitamenti per affermare suggestioni fatte di nuovi odi, presunte purezze, vendette certe, complotti inesistenti.
