Otto elezioni politiche in cinque anni sono un buon record, non facilmente eguagliabile. In Bulgaria si è votato il 4 aprile 2021, l’11 luglio 2021, il 14 novembre 2021, il 2 ottobre 2022, il 2 aprile 2023, il 9 giugno 2024, il 27 ottobre 2024. E si rivoterà il 19 aprile 2026. Per fare un paragone, si ricordi che negli ultimi cinque anni della Repubblica di Weimar si tennero “appena” cinque elezioni politiche federali.
In questi cinque anni, oltre alle otto elezioni politiche, si sono susseguiti dieci governi, di cui sette di transizione: due guidati da Stefan Yanev (di transizione), uno da Kiril Petkov (centrista), due da Galab Donev (di transizione), uno da Nikolai Denkov (centrista), due da Dimitar Glavchev (di transizione), uno da Rosen Zhelyazkov (centro-destra), e l’ultimo, ancora in carica, da Andrey Gyurov (di transizione).
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Una instabilità del genere non può che attirare l’attenzione e le mire della Federazione Russa, coerentemente al perseguimento di una politica di recupero dell’influenza del Cremlino su tutti i Paesi dell’ex blocco comunista nell’Europa orientale. Rossi o neri poco importa, basta che siano filo-russi. La situazione è talmente evidente che le autorità di Sofia hanno chiesto aiuto all’Unione Europea per contrastare le possibili ingerenze elettorali russe, soprattutto contro le attività di disinformazione di cui Mosca è storicamente maestra.
Il Presidente della Repubblica bulgara, Rumen Radev, il 19 gennaio di quest’anno si è dimesso dalla carica per fondare un proprio partito e candidarsi alle elezioni politiche. Il nuovo partito (Progresivna Bŭlgariya – PB), collocato politicamente nel centro-sinistra, raccoglie l’eredità di altri tre partiti e movimenti, d’ispirazione socialdemocratica con venature sempre più marcate di populismo, anche per il sostegno che sta ricevendo da altri movimenti di stampo nazional-conservatore.
Su Rumen Radev si addensano sospetti di una politica più filo-russa rispetto al recente passato, pur non rimettendo in discussione al momento l’appartenenza della Bulgaria alla NATO e all’Unione Europea. Sono note le sue riserve al sostegno militare all’Ucraina nella sua lotta contro l’invasore russo, e le sue perplessità sull’adozione anche in Bulgaria della moneta unica europea.
In questi Paesi dei Balcani meridionali sembra crescere un’area politica che mette insieme un’adesione opportunistica all’Unione Europea con una simpatia per il Cremlino. Sono posizioni disancorate dalle grandi famiglie politiche europee (Popolari, Socialisti, Liberali) e molto fluide, con grandi capacità di adattamento per cogliere ogni opportunità utile per sé stessi, dove prevale il fattore leaderistico nazionale sulla coerenza politica rispetto ai maggiori partiti europei.
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I sondaggi, per quel che valgono, vedono ancora in testa il nuovo partito di Rumen Radev. A fine marzo il PB viene dato intorno al 29%, in calo rispetto a quanto registrato a febbraio, probabilmente per un effetto novità che sta scemando. Al secondo posto si collocherebbe il partito GERB (Graždani za evropejsko razvitie na Bălgarija), affiliato al Partito Popolare Europeo, con il 21%. A seguire, con il 12%, l’alleanza elettorale PP-DB che raggruppa partiti e movimenti affiliati a livello europeo ai popolari del PPE e ai centristi di Renew. Poi tutto il resto, diviso e frastagliato tra diversi partiti, molti dei quali però rischiano di non superare la soglia del 4%. Non sarà facile costituire dopo le elezioni un governo stabile, anche stavolta.
