Ancora le guerre balcaniche degli anni Novanta. Ancora Srebrenica, l’orribile strage della popolazione civile d’origine musulmana ad opera delle milizie serbe. Ancora la pavidità del personale militare dell’ONU. Ancora dolore e paura, paranoia e dileggio. Una bella pellicola quella della regista bosniaca Jasmila Žbanić, uscita nel 2020, intitolata Quo vadis, Aida? e prodotta da otto Paesi europei (Austria, Bosnia-Erzegovina, Francia, Germania, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Romania) più la Turchia.
L’Aida del titolo è la protagonista del film, l’interprete ufficiale nella base ONU a Srebrenica. Lungo tutta la storia rappresentata nell’opera cinematografica cerca di salvare dal disastro i suoi familiari: il marito preside di scuola, e i due figli. Corre tanto, Aida, tra i doveri del suo lavoro mentre tutta la situazione sta precipitando, l’amore verso i familiari, e la condivisione dell’incombente strage di persone innocenti.
Hanno colpito nel segno le scene di massa, con migliaia di comparse ingaggiate a interpretare le speranze, le delusioni e il terrore della popolazione di Srebrenica che, all’arrivo in città delle milizie serbo-bosniache del generale Ratko Mladić, fuggono verso la base ONU. Alcune migliaia trovano rifugio all’interno, molte altre rimangono fuori dai varchi d’ingresso chiusi dai soldati olandesi del contingente internazionale. Sono scene da bolge dantesche, su cui si abbattono gli atteggiamenti animaleschi e provocatori dei miliziani serbi.
Un altro elemento ben rappresentato è la condizione di sudditanza verso i serbo-bosniaci che assumono, o sono costretti ad assumere, i vertici del contingente ONU. A tutto ciò si somma sia la totale inefficienza della catena di comando delle Nazioni Unite nel momento in cui la situazione a Srebrenica si aggrava pesantemente e i militari cercano il confronto con New York per prendere le decisioni più adatte, sia la rigidità a volte pure ottusa nella redazione delle liste dei nominativi delle persone poste sotto protezione ONU.
Altri due aspetti da menzionare sono la figurazione del famigerato generale serbo Ratko Mladić, e la scena di uno dei massacri perpetrati in un teatro nelle vicinanze del compound ONU.
Mladić appare arrogante, vanesio, falso come Giuda Iscariota, ossessionato dal farsi riprendere con la telecamera da uno dei suoi miliziani per creare la falsa immagine di persona attenta e generosa verso i bosgnacchi. Magistrale la fuggevole scena (lunga pochissimi istanti) del suo arrivo a Srebrenica: scende dalla jeep e davanti a tutti si gratta i genitali. Migliore raffigurazione della sua rozza arroganza non poteva essere fatta.
La scena del massacro ricorda terribilmente le camere a gas dei nazisti, con l’unica differenza che dal soffitto non esce gas, ma spuntano le mitragliatrici che falciano tutte le persone assiemate là dentro.
Il film si chiude con una recita di bambini nello stesso teatro che aveva visto il massacro sopra descritto. I bambini sono la speranza del futuro di un Paese? Dipende dai maestri.
Il film entrò nella cinquina finale per il Premio Oscar 2021 come miglior film internazionale, e vinse nello stesso anno tre European Films Awards come miglior film, miglior regista e migliore attrice (per la serba Jasna Djuricic, l’interprete di Aida).
La pellicola non presenta alcun accenno al destino successivo del generale serbo-bosniaco Mladić, il boia di Srebrenica, ma lo ricordiamo noi: nel 2017 venne condannato all’ergastolo dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia per genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità.
