Carlo III, re del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, ha tenuto un discorso al Congresso degli Stati Uniti il 28 aprile scorso, durante la sua visita negli Stati Uniti. Perché merita leggere il testo integrale del suo intervento? Perché con eleganza e humour inglese, ha tratteggiato una relazione tra Regno Unito e USA fondata su principi che non coincidono esattamente con quelli che ispirano la politica di Trump. Ed è stato accolto con risate e applausi dagli stessi seguaci di Trump.

Ha ricordato il “Partenariato Atlantico basato su due pilastri: Europa e America”, e ha sottolineato che “le sfide che ci troviamo ad affrontare sono troppo grandi perché una singola Nazione possa sopportarle da sola”. Rispetto al tema della tanto bistrattata (da Trump) Alleanza Atlantica, ha ricordato che l’unica volta in cui è scattato l’articolo 5 del Trattato è stato per andare in soccorso degli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001: “rispondemmo insieme alla chiamata, come il nostro popolo ha fatto per oltre un secolo, spalla a spalla, attraverso due guerre mondiali, la Guerra Fredda, l’Afghanistan e i momenti che hanno definito la nostra sicurezza comune”. Non arretra sull’Ucraina: “quella stessa incrollabile determinazione è necessaria per la difesa dell’Ucraina e del suo coraggiosissimo popolo”. E ribadisce la necessità di proteggere e salvaguardare la Natura, tema che non interessa molto all’attuale amministrazione americana.

Discorso di re Carlo III al Congresso degli Stati Uniti

Washington, 28 aprile 2026

Signor Vicepresidente, Signor Presidente della Camera, Membri del Congresso, rappresentanti del popolo americano di tutti gli stati, territori, città e comunità.

Desidero cogliere questa opportunità per esprimere la mia particolare gratitudine a tutti voi per il grande onore di poter intervenire a questa seduta congiunta del Congresso e, a nome della Regina e mio, per ringraziare il popolo americano per averci accolto negli Stati Uniti in occasione di questo duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza.

E per tutto questo tempo, i nostri destini come Nazioni sono stati intrecciati. Come disse Oscar Wilde: “Oggi abbiamo davvero tutto in comune con l’America, tranne, naturalmente, la lingua!”.

Signore e signori, ci incontriamo in tempi di grande incertezza; in tempi di conflitti dall’Europa al Medio Oriente, che pongono immense sfide alla comunità internazionale e il cui impatto si fa sentire nelle comunità in lungo e in largo per i nostri stessi Paesi.

Ci incontriamo anche all’indomani dell’incidente avvenuto non lontano da questo grande edificio, che ha cercato di danneggiare la leadership della vostra Nazione e di fomentare paura e discordia. Permettetemi di affermare con incrollabile risolutezza: tali atti di violenza non avranno mai successo. Qualunque siano le nostre divergenze, qualunque siano i nostri disaccordi, siamo uniti nel nostro impegno a difendere la democrazia, a proteggere tutti i nostri cittadini da ogni male e a rendere omaggio al coraggio di coloro che ogni giorno rischiano la vita al servizio dei nostri Paesi.

Trovandomi qui oggi, è difficile non sentire il peso della storia sulle mie spalle, perché il rapporto moderno tra le nostre due Nazioni e i nostri popoli non si estende solo per 250 anni, ma per oltre quattro secoli. È straordinario pensare che io sia il diciannovesimo della nostra linea di Sovrani a studiare, con attenzione quotidiana, gli affari dell’America. Perciò, mi presento qui oggi con il massimo rispetto per il Congresso degli Stati Uniti; questa cittadella della democrazia creata per rappresentare la voce di tutto il popolo americano e per promuovere i sacri diritti e le libertà. Parlando in questa rinomata aula di dibattito e deliberazione, non posso fare a meno di pensare alla mia defunta madre, la Regina Elisabetta, alla quale, nel 1991, fu concesso questo insigne onore e che, analogamente, parlò sotto lo sguardo vigile della Statua della Libertà sopra di noi. Oggi, in questa importante occasione nella vita delle nostre Nazioni, sono qui per esprimere la più alta stima e amicizia del popolo britannico al popolo degli Stati Uniti.

Come forse saprete, quando mi rivolgo al mio Parlamento a Westminster, seguiamo ancora un’antica tradizione e prendiamo “in ostaggio” un membro del Parlamento, trattenendolo a Buckingham Palace fino al mio ritorno. Oggigiorno, ci prendiamo cura del nostro “ospite” piuttosto bene, al punto che spesso non vorrebbe più andarsene! Non so, Signor Presidente, se oggi ci fossero dei volontari per questo ruolo…?

Signor Presidente, ripercorrendo i secoli, emergono certi schemi, certe verità autoevidenti da cui possiamo imparare e trarre forza reciproca. Con lo spirito del 1776 nella mente, possiamo forse concordare sul fatto che non siamo sempre d’accordo, almeno inizialmente! In effetti, il principio stesso su cui si fonda il vostro

Congresso – nessuna tassazione senza rappresentanza – era al tempo stesso un punto di disaccordo fondamentale tra noi e un valore democratico condiviso che avete ereditato da noi. La nostra è una partnership nata dal disaccordo, ma non per questo meno forte…. Forse, quindi, in questo esempio, possiamo comprendere che le nostre Nazioni sono in realtà istintivamente affini – frutto delle comuni tradizioni democratiche, giuridiche e sociali in cui la nostra governance è radicata ancora oggi. Attingendo a questi valori e tradizioni, più e più volte, i nostri due Paesi hanno sempre trovato il modo di incontrarsi. E, perbacco, signor Presidente, quando troviamo quel modo di concordare, che grandi cambiamenti ne derivano – non solo a beneficio dei nostri popoli, ma di tutti i popoli.

Credo che questo sia l’ingrediente speciale del nostro rapporto. Come ha osservato lo stesso Presidente Trump durante la sua visita di Stato in Gran Bretagna lo scorso autunno, “Il legame di parentela e identità tra l’America e il Regno Unito è inestimabile ed eterno. È insostituibile e indissolubile”.

Questa non è affatto la mia prima visita a Washington, D.C., la capitale di questa grande Repubblica. È infatti la mia ventesima visita negli Stati Uniti, e la prima come Re e Capo del Commonwealth. Questa è una città che simboleggia un periodo della nostra storia condivisa, o quello che Charles Dickens avrebbe potuto definire “Una storia di due George”: il primo Presidente, George Washington, e il mio trisavolo, Re Giorgio III. Re Giorgio non ha mai messo piede in America e, vi prego di stare certi, non sono qui per qualche astuta azione di retroguardia!

I Padri Fondatori erano ribelli audaci e fantasiosi con una causa. 250 anni fa (o, come diciamo nel Regno Unito, proprio l’altro giorno…) dichiararono l’Indipendenza. Bilanciando le forze contrapposte e traendo forza dalla diversità, unirono tredici colonie disparate per forgiare una Nazione sull’idea rivoluzionaria di “vita, libertà e ricerca della felicità”. Portarono con sé, e tramandarono, la grande eredità dell’Illuminismo britannico, così come gli ideali che affondavano le loro radici ancora più in profondità nel diritto comune inglese e nella Magna Carta.

Queste radici sono profonde e sono tuttora vitali. La nostra Dichiarazione dei Diritti del 1689 non fu solo il fondamento della nostra monarchia costituzionale, ma forni anche la fonte di molti dei principi ribaditi – spesso alla lettera – nella Carta dei Diritti americana del 1791. E queste radici affondano ancora più indietro nella nostra storia: la Società Storica della Corte Suprema degli Stati Uniti ha calcolato che la Magna Carta è citata in almeno 160 casi della Corte Suprema dal 1789, non ultimo come fondamento del principio secondo cui il potere esecutivo è soggetto a controlli ed equilibri. Ecco perché, sulle rive del Tamigi a Runnymede, si erge una pietra nel luogo in cui fu firmata la Magna Carta nel 1215. Questa pietra testimonia che un acro di quel sito antico e storico fu donato agli Stati Uniti dal popolo del Regno Unito, a simboleggiare la nostra comune determinazione a sostegno della libertà e in memoria del Presidente John F. Kennedy.

Illustri membri del 119° Congresso, è proprio in queste aule che lo spirito di libertà e la promessa dei Padri Fondatori dell’America sono presenti in ogni sessione e in ogni voto espresso.

Non per volontà di uno solo, ma grazie alla deliberazione di molti, che rappresentano il mosaico vivente degli Stati Uniti. In entrambi i nostri Paesi, è proprio il fatto di avere società vivaci, diverse e libere a conferirci la nostra forza collettiva, anche nel sostenere le vittime di alcuni dei mali che, tragicamente, affliggono oggi entrambe le nostre società.

E, signor Presidente, per molti qui presenti – e per me stesso – la fede cristiana è un’ancora salda e un’ispirazione quotidiana che ci guida non solo a livello personale, ma anche come membri della nostra comunità. Avendo dedicato gran parte della mia vita al dialogo interreligioso e a una maggiore comprensione reciproca, è questa fede nel trionfo della luce sulle tenebre che ho trovato conferma innumerevoli volte. Attraverso di essa traggo ispirazione dal profondo rispetto che si sviluppa quando persone di fedi diverse crescono nella comprensione reciproca. Ecco perché spero – e prego – che, in questi tempi turbolenti, lavorando insieme e con i nostri partner internazionali, possiamo impedire che gli aratri si trasformino in spade…

Sono consapevole che ci troviamo ancora nel periodo pasquale, il periodo che più rafforza la mia speranza.

Ecco perché credo, con tutto il cuore, che l’essenza delle nostre due Nazioni sia la generosità d’animo e il dovere di promuovere la compassione, la pace, la comprensione reciproca e la valorizzazione di tutte le persone, di ogni fede e anche di chi non ne professa alcuna.

L’Alleanza che le nostre due Nazioni hanno costruito nel corso dei secoli – e per la quale siamo profondamente grati al popolo americano – è davvero unica. E quest’Alleanza fa parte di quella che Henry Kissinger definì la “visione elevata” di Kennedy di un Partenariato Atlantico basato su due pilastri: Europa e America. Credo, signor Presidente, che questo Partenariato sia oggi più importante che mai.

Il primo sovrano britannico regnante a mettere piede in America fu mio nonno, Re Giorgio VI. Nel 1939 fece visita con la mia amata nonna, la Regina Madre Elisabetta. Le forze del fascismo in Europa erano in avanzata e, qualche tempo prima, gli Stati Uniti si erano uniti a noi nella difesa della libertà. I nostri valori condivisi prevalsero.

Oggi ci troviamo in una nuova era, ma quei valori rimangono.

È un’epoca che, per molti versi, è più instabile e pericolosa del mondo a cui la mia defunta Madre si rivolse, in quest’Aula, nel 1991.

Le sfide che ci troviamo ad affrontare sono troppo grandi perché una singola Nazione possa sopportarle da sola. Ma in questo contesto imprevedibile, la nostra Alleanza non può adagiarsi sugli allori del passato, né presumere che i principi fondanti rimangano immutati. Come ha affermato il mio Primo Ministro il mese scorso: “La nostra è una partnership indispensabile. Non dobbiamo ignorare tutto ciò che ci ha sostenuto negli ultimi ottant’anni. Dobbiamo invece costruire su di essa”.

Il rinnovamento di oggi inizia con la sicurezza. Il Regno Unito riconosce che le minacce che affrontiamo richiedono una trasformazione della difesa britannica. Per questo il nostro Paese, per essere pronto per il futuro, si è impegnato a realizzare il più grande aumento sostenuto della spesa per la difesa dalla Guerra Fredda – durante una parte della quale, oltre cinquant’anni fa, ho servito con immenso orgoglio nella Royal Navy, seguendo le orme navali di mio padre, il Principe Filippo, Duca di Edimburgo; di mio nonno, Re Giorgio VI; del mio prozio, Lord Mountbatten; e il mio bisnonno, Re Giorgio V.

Quest’anno, naturalmente, ricorre anche il 25° anniversario dell’11 settembre. Questa atrocità è stata un momento cruciale per l’America e il vostro dolore e il vostro sgomento sono stati percepiti in tutto il mondo. Durante la mia visita a New York, io e mia moglie renderemo nuovamente omaggio alle vittime, alle famiglie e al coraggio dimostrato di fronte a una perdita così terribile. Eravamo con voi allora. E siamo con voi ora, nel solenne ricordo di un giorno che non sarà mai dimenticato.

Subito dopo l’11 settembre, quando la NATO invocò per la prima volta l’articolo 5 e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si uni di fronte al terrorismo, rispondemmo insieme alla chiamata, come il nostro popolo ha fatto per oltre un secolo, spalla a spalla, attraverso due guerre mondiali, la Guerra Fredda, l’Afghanistan e i momenti che hanno definito la nostra sicurezza comune.

Oggi, signor Presidente, quella stessa incrollabile determinazione è necessaria per la difesa dell’Ucraina e del suo coraggiosissimo popolo: è necessaria per garantire una pace veramente giusta e duratura. Dalle profondità dell’Atlantico alle disastrose calotte glaciali dell’Artico, l’impegno e la competenza delle Forze Armate degli Stati Uniti e dei suoi alleati sono al centro della NATO, promessi di difendersi reciprocamente, di proteggere i nostri cittadini e i nostri interessi, di tenere al sicuro nordamericani ed europei dai nostri avversari comuni.

I nostri legami in materia di difesa, intelligence e sicurezza sono indissolubili, frutto di relazioni che non si misurano in anni, ma in decenni.

Oggi, migliaia di militari statunitensi, funzionari della difesa e le loro famiglie sono di stanza nel Regno Unito, mentre il personale britannico presta servizio con pari orgoglio in trenta Stati americani. Stiamo costruendo insieme gli F-35. E abbiamo concordato il programma sottomarino più ambizioso della storia – AUKUS – in collaborazione con l’Australia, un Paese di cui sono immensamente orgoglioso di servire come Sovrano.

Non intraprendiamo insieme queste straordinarie imprese per sentimentalismo. Lo facciamo perché costruiscono una maggiore resilienza condivisa per il futuro, rendendo così i nostri cittadini più sicuri per le generazioni a venire.

I nostri ideali comuni non sono stati solo cruciali per la libertà e l’uguaglianza, ma sono anche il fondamento della nostra prosperità condivisa. Lo Stato di diritto: la certezza di norme stabili e accessibili, una magistratura indipendente che risolve le controversie e amministra una giustizia imparziale. Queste caratteristiche hanno creato le condizioni per secoli di crescita economica senza precedenti nei nostri due paesi. Ecco perché i nostri governi stanno concludendo nuovi accordi economici e tecnologici: per scrivere il prossimo capitolo della nostra prosperità comune e garantire che l’ingegno britannico e americano continui a essere all’avanguardia nel mondo.

Le nostre nazioni stanno unendo talenti e risorse nelle tecnologie del futuro: le nostre nuove partnership nella fusione nucleare e nell’informatica quantistica, così come nell’intelligenza artificiale e nella scoperta di farmaci, promettono di salvare innumerevoli vite.

Più in generale, celebriamo i 430 miliardi di dollari di scambi commerciali annuali, in continua crescita; i 1.700 miliardi di dollari di investimenti reciproci che alimentano tale innovazione; e i milioni di posti di lavoro su entrambe le sponde dell’Atlantico, sostenuti da entrambe le economie. Queste sono solide fondamenta su cui continuare a costruire, per le generazioni a venire.

I nostri legami in materia di istruzione, ricerca e scambio culturale rafforzano i cittadini e i futuri leader di entrambi i Paesi.

La borsa di studio Marshall, intitolata al grande generale George Marshall, e l’Associazione di cui sono orgoglioso di essere Patrono, sono emblematiche del legame tra le nostre due nazioni. Dalla sua fondazione, sono state assegnate oltre 2.300 borse di studio, aprendo le porte a studenti americani di ogni estrazione sociale per studiare nelle principali università del Regno Unito.

Mentre guardiamo ai prossimi 250 anni, dobbiamo anche riflettere sulla nostra responsabilità condivisa di salvaguardare la Natura, il nostro bene più prezioso e insostituibile.

Millenni prima che esistessero le nostre Nazioni, prima che venisse tracciato qualsiasi confine, le montagne della Scozia e degli Appalachi erano un tutt’uno; un’unica catena montuosa continua, forgiata nell’antica collisione dei continenti.

Le meraviglie naturali degli Stati Uniti d’America sono davvero un patrimonio unico, e generazioni di americani si sono fatte avanti per rispondere a questa chiamata: leader indigeni, politici e civici, persone delle comunità rurali e delle città, tutti hanno contribuito a proteggere e coltivare quello che il Presidente Theodore Roosevelt defini “il glorioso patrimonio” dello straordinario splendore naturale di questa terra, da cui è sempre dipesa gran parte della sua prosperità.

Eppure, mentre celebriamo la bellezza che ci circonda, la nostra generazione deve decidere come affrontare il collasso di sistemi naturali critici, che minaccia ben più dell’armonia e dell’essenziale diversità della Natura. Ignoriamo a nostro rischio e pericolo il fatto che questi sistemi naturali – in altre parole, l’economia della Natura stessa – costituiscono il fondamento della nostra prosperità e della nostra sicurezza nazionale.

La storia del Regno Unito e degli Stati Uniti è, nella sua essenza, una storia di riconciliazione, rinnovamento e straordinaria collaborazione.

Dalle aspre divisioni di 250 anni fa, abbiamo forgiato un’amicizia che si è trasformata in una delle alleanze più importanti della storia umana.

Prego con tutto il cuore che la nostra Alleanza continui a difendere i nostri valori condivisi, con i nostri partner in Europa e nel Commonwealth, e in tutto il mondo, e che ignoriamo gli appelli a chiuderci sempre più in noi stessi.

Signor Presidente, Signor Vicepresidente, illustri signore e signori, le parole dell’America hanno peso e significato, come hanno avuto fin dall’Indipendenza. Le azioni di questa grande Nazione contano ancora di più. Il Presidente Lincoln lo aveva ben compreso, come dimostra la sua riflessione nel magistrale Discorso di Gettysburg: il mondo può dare poca importanza a ciò che diciamo, ma non dimenticherà mai ciò che facciamo. E così, agli Stati Uniti d’America, nel giorno del vostro 250° anniversario, che i nostri due Paesi si rinnovino il loro impegno reciproco al servizio disinteressato dei nostri popoli e di tutti i popoli del mondo.

Dio benedica gli Stati Uniti e Dio benedica il Regno Unito.