Il film svedese The Swedish Connection (2026) dei registi Thérèse Ahlbeck e Marcus Olsson conferma l’attrattiva e il fascino che suscitano in ognuno di noi le storie di coraggio di uomini comuni. Soprattutto se le loro vicende sono sconosciute, nonostante il lungo trascorrere del tempo, e il cinema riesce a recuperarle e a proporle al grande pubblico. E questo è il caso di Gösta Engzell.

Siamo nel 1942, a Stoccolma. La Svezia mantiene a fatica la sua collocazione neutrale in un continente incendiato dalla guerra della Germania nazista, il Paese è sostanzialmente circondato da terre occupate dalla Wehrmacht, all’interno delle quali imperversano SS e Gestapo. Per garantire la neutralità, il governo svedese deve inesorabilmente venire a patti con le fameliche richieste di Berlino: lasciar passare indisturbate le truppe tedesche, rifornire di risorse minerarie la Germania, censurare sui giornali i riferimenti anti-tedeschi.

E chi sarebbe Gösta Engzell, il protagonista principale del film interpretato dall’attore svedese Henrik Dorsin? È un impacciato e insicuro responsabile dell’ufficio legale del ministero degli Affari esteri svedese. Talmente oscuro e poco considerato che il suo ufficio è stato stipato nel seminterrato del ministero, con gli scarichi dei bagni delle sale superiori che lasciano trasudare una puzza insopportabile.

Scartoffie da tutte le parti, spazi angusti, personale invecchiato e incattivito dalla scarsa considerazione in cui è tenuto il loro lavoro dai piani alti del ministero. Arriva per fortuna una nuova impiegata, Rut Vogl (interpretata dalla svedese Sissela Benn), che porta una ventata fresca di dinamismo.

La svolta, per questo ufficio disilluso e noioso, avviene con la notizia che nella confinante Norvegia occupata dai nazisti stanno rastrellando e arrestando gli ebrei, tra cui alcuni direttamente o indirettamente riconducibili alla cittadinanza svedese. Così Gösta Engzell, con il fattivo ed entusiastico sostegno della nuova impiegata, mette in moto i meccanismi della più cavillosa burocrazia per rivendicare il diritto al rilascio di queste persone in quanto aventi diritto della cittadinanza di un Paese neutrale come la Svezia.

Il film racconta tutte le traversie, gli ostacoli, le paure, i fallimenti, i successi, di una operazione di pura burocrazia per salvare queste persone. Solo la tenacia di un uomo qualunque come Gösta Engzell poteva riuscire a fare un miracolo. Il coraggio di un uomo pavido generò un’opera straordinaria. Alla fine della pellicola viene riportato il numero degli ebrei salvati con il meccanismo procedurale degli azzeccagarbugli: sarà un’autentica sorpresa per lo spettatore.

Cosa avremmo fatto noi al suo posto? Avremmo rischiato il nostro quieto vivere, mentre intorno a noi tutto (o quasi) ci consiglia di stare riparati, per salvare tanti innocenti dalla malvagità nazista? Tempi drammatici visse quella generazione, eppure siamo convinti che furono anni pieni di eroi sconosciuti, improbabili, e dimenticati. Anche un pavido burocrate può diventare un eroe, se la sua coscienza prende il sopravvento sui timori e sulla disciplina gerarchica.

Il film si muove spesso con una certa levità, come una sorta di teatro leggero. Non mancano comunque, visto il tema dello sterminio degli ebrei e della guerra mondiale, momenti molto intensi. A questa leggerezza, priva sempre di ogni parvenza di superficialità, contribuisce la recitazione dei due principali protagonisti già citati (Henrik Dorsin e Sissela Benn). Accanto a loro vanno segnalati Jonas Malmsjö, Jonas Karlsson, e Marianne Mörck.