Approvata dai ministri degli Esteri di Francia, Germania, Paesi Bassi, Svezia e Regno Unito, la dichiarazione congiunta che di seguito riportiamo integralmente afferma che la morte in prigione del dissidente russo Alexei Navalny, risalente a un anno fa, è dovuta ad avvelenamento e non ad una indefinita “sindrome da morte improvvisa” come dichiarato dalle Autorità russe.

Un’altra volta il famoso oppositore del regime putiniano era stato avvelenato, e fortunatamente salvato. L’ultima volta è stata fatale.

La domanda da farsi non concerne il metodo di eliminazione degli oppositori: il regime dominante al Cremlino ricorre scientificamente a questi assassini. La questione va impostata, a nostro giudizio, su un altro piano, ovvero quale possa essere la necessità di uccidere un uomo morto, come direbbe Francesco Ferrucci: Navalny era rinchiuso in un penitenziario nel circondario autonomo Jamalo-Nenec, nel nord della Siberia. Come diavolo avrebbe mai potuto uscirne?

Questa vicenda ci insegna che alle dittature ottocentesche, rivitalizzate nel XXI secolo, non è sufficiente neutralizzare gli oppositori: urge anche incutere una paura permanente, insidiosa, inesorabile. Come quella del veleno, che può nascondersi ovunque.

Dichiarazione congiunta di Germania, Francia, Paesi Bassi, Svezia e Regno Unito sulla morte di Alexei Navalny

14 febbraio 2026

Regno Unito, Svezia, Francia, Germania e Paesi Bassi sono certi che Alexei Navalny sia stato avvelenato con una tossina letale.

Questa è la conclusione dei nostri governi basata sulle analisi dei campioni prelevati da Alexei Navalny.

Queste analisi hanno confermato in modo inequivocabile la presenza di epibatidina.

L’epibatidina è una tossina presente nelle rane freccia velenose in Sud America. Non si trova naturalmente in Russia.

La Russia ha affermato che Navalny è morto per cause naturali. Ma, data la tossicità dell’epibatidina e i sintomi riportati, l’avvelenamento è stato molto probabilmente la causa della sua morte. Navalny è morto mentre era in prigione, il che significa che la Russia aveva i mezzi, il movente e l’opportunità di somministrargli questo veleno.

Il ripetuto disprezzo della Russia per il diritto internazionale e la Convenzione sulle armi chimiche è evidente.

Nell’agosto 2020, Regno Unito, Svezia, Francia, Germania, Paesi Bassi e i loro partner hanno condannato l’uso del novichok da parte della Russia per avvelenare Alexei Navalny.

Ciò è avvenuto in seguito all’uso del novichok da parte della Russia a Salisbury nel 2018, che ha portato alla tragica morte di una donna britannica, Dawn Sturgess.

In entrambi i casi, solo lo Stato russo aveva i mezzi, il movente e il disprezzo del diritto internazionale per compiere gli attacchi.

Queste ultime scoperte sottolineano ancora una volta la necessità di ritenere la Russia responsabile delle sue ripetute violazioni della Convenzione sulle armi chimiche e, in questo caso, della Convenzione sulle armi biologiche e tossiche.

I nostri Rappresentanti Permanenti presso l’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche hanno scritto oggi al Direttore Generale per informarlo di questa violazione russa della Convenzione sulle armi chimiche.

Siamo inoltre preoccupati per il fatto che la Russia non abbia distrutto tutte le sue armi chimiche.

Noi e i nostri partner faremo uso di tutte le leve politiche a nostra disposizione per continuare a chiedere conto alla Russia.