“Come si può spiegare la guerra in Bosnia?” si chiede il protagonista del romanzo Radio Sarajevo, scritto dal bosniaco Tijan Sila e pubblicato nel 2025 dalla casa editrice Voland. Il protagonista è proprio lui, Tijan, un ragazzino al momento dello scoppio della guerra, e la risposta che si dà è semplice ed efficace: “La Serbia visse la dissoluzione della Jugoslavia come la dissoluzione del proprio territorio sovrano – e le ambizioni di indipendenza degli altri stati federali come un’insurrezione di subalterni”.

La storia di Tijan e dei suoi amici negli anni dell’assedio di Sarajevo da parte dei serbi, è al tempo stesso emblematica di una condizione universale (come vivono e sopravvivono i bambini e i ragazzini durante una guerra?) e indicativa dell’unicità degli esseri umani (ogni persona è unica, e unico è il suo vissuto). Tijan vive l’assedio di Sarajevo insieme alla sua raja, l’insieme degli amici coetanei del quartiere. E la guerra insegnò a tutti quei ragazzini che vivere significava soprattutto reggere agli orrori.

Il protagonista si definisce un barboncino in mezzo a bull terrier, boxer ed alani. In casa, e non solo, le diatribe e le relazioni interpersonali vengono regolate con la forza, come se il regolamento di conti fra etnie, gruppi religiosi, entità nazionali, effettuato secondo i canoni della violenza, riflettesse una sorta di abitudine sociale a risolvere a suon di cazzotti e coltellate le dispute tra le persone. Ma dobbiamo anche ricordare che quanto detto rischia di essere uno stereotipo, perché in Bosnia la convivenza è stata praticata, e quindi è sempre possibile, essa non può essere considerata una strana e curiosa eccezione.

Dalle vicende di questi ragazzini, che finirono per riconoscere le armi utilizzate per sparare sui passanti dal sibilo dei proiettili, emergono anche i giudizi sulla vecchia e corrotta Jugoslavia, definita “brutta, balorda e piena di difetti”, ma nella quale almeno non si veniva bombardati. “In fin dei conti vivere nel marciume è meglio che morire nelle fiamme”. Anche le conquiste sociali vengono ridimensionate molto da Tijan e i suoi amici ragazzini: “il progresso comunista della Jugoslavia si era limitato alle grandi città. Sui monti della Bosnia e del Montenegro c’erano intere strisce di terra in cui solo un adulto su due sapeva leggere e scrivere, e spesso in modo appena passabile”

Il romanzo racconta il primo bombardamento della città vissuto nella cantina del condominio, a Cengić vila. Il marco tedesco diventa la valuta pregiata nella Sarajevo sotto assedio. Il mercato nero s’impone, come in tutte le guerre. Le famiglie da cui sono partiti i combattenti ottengono aiuti alimentari aggiuntivi rispetto alle altre. Spesso, una stufa a legna vale un patrimonio, ma quando la legna non si trova più, essendo finiti gli alberi, a quel punto non vale più nulla.

La città, nelle prime settimane dell’assedio, era difesa dai delinquenti: erano gli unici ad avere le armi. Dopo, i delinquenti vennero sostituiti al fronte dai soldati, e potettero quindi tornare a fare i delinquenti in città, controllando il mercato nero e tutto il commercio cittadino.

Dopo la ripresa delle lezioni scolastiche, mentre continuava ad infuriare la guerra, Tijan e i suoi amici scoprirono che marinare la scuola era facile e privo di conseguenze. E dopo aver scoperto che i caschi blu dell’ONU scambiavano volentieri materiale pornografico con dolciumi o con sigarette, una delle loro principali attività divenne quella di scovare ovunque “un ammasso di ripugnanti immagini di sesso”.

Dopo poco più di un anno di guerra, “la mia città non era più la stessa. Non funzionava più niente: non c’erano più cinema né teatri, né piscine né elettricità”. “Io non ero più lo stesso. Non scrivevo più poesie, ormai non disegnavo né leggevo quasi più. Ero diventato un selvaggio che si aggirava tra le rovine della città a caccia di giornaletti pornografici … I miei non erano più gli stessi. Litigavano tutti i giorni”. Ecco cos’è, la guerra.