Il forte rischio che la guerra all’Iran si risolva in un mezzo fiasco sta facendo finalmente cambiare l’atteggiamento del presidente Trump nei confronti dei suoi (veri) alleati nel mondo? Quando ancora si illudeva di piegare Teheran come un bambolotto di pezza, si è temuto che non si presentasse nemmeno al vertice G7 di Evian, o che arrivasse per insultare tutti, o che si rifiutasse di firmare un documento comune con gli “ingrati” alleati. Ora, invece, Trump è andato al vertice, pare non abbia insultato nessuno dei presenti (l’ha fatto solo dopo, contro la Presidente del Consiglio italiana), e ha condiviso una dichiarazione congiunta sulla politica internazionale che rimette gli USA su una linea condivisa con gli europei.

Tre sono le aree di crisi su cui si concentra il documento G7 sulle questioni geopolitiche mondiali: Ucraina, Medio Oriente e Indo-Pacifico. Sull’Ucraina, tema a noi particolarmente caro, la linea da sempre sostenuta dagli Stati europei ha incontrato l’approvazione americana: si riafferma la “libertà, sovranità e integrità territoriale” dell’Ucraina, si concorda “di aumentare la fornitura di capacità di difesa aerea, sistemi aggiuntivi, intercettori e capacità a lungo raggio” a Kiev, si è “pronti a valutare l’estensione all’Ucraina dei benefici delle licenze per consentire un aumento della produzione militare ucraina”, si concorda di “fornire ulteriore sostegno per aiutare il Paese a superare il prossimo inverno”, e infine i sette leader mondiali hanno dichiarato che “ci impegniamo ad aumentare la pressione sull’economia di guerra russa. In questo contesto, rafforzeremo le nostre sanzioni, comprese quelle sui settori petrolifero e del gas”. Perfetto.

Alcune indiscrezioni giornalistiche, basate su fonti confidenziali europee, avevano già preannunciato il ritorno del presidente degli Stati Uniti sul dossier Ucraina, al momento libero dalla gestione diretta della guerra all’Iran, con l’aggiunta però di una maligna nota di preoccupazione viste le sue affinità elettive con Putin. La nota affermazione del presidente Giulio Andreotti (“A pensar male si fa peccato, ma spesso si indovina”) ci aveva indotto a dar credito a questa preoccupazione, soprattutto vista l’attuale inversione di tendenza sul campo di battaglia, che vede l’Ucraina riprendere l’iniziativa dopo il sostanziale fallimento delle ultime operazioni offensive terrestri della Russia.

Nelle parole conclusive del vertice G7 di Evian si è riscontrato un presidente Trump più attento agli interessi ucraini e delle democrazie europee, e meno agli interessi moscoviti e dell’autocrazia russa. Sono parole, appunto, a cui debbono seguire i fatti, ma nel recente passato tante sono state le parole sprezzanti che provenivano da oltreoceano su Zelensky e sugli alleati europei.

Putin usa molte meno parole di Trump, e produce comunque molti fatti. Come il bombardamento di uno dei più sacri luoghi religiosi dell’Ucraina, la Cattedrale della Dormizione del monastero di Kyiv-Pechersk Lavra. Il capo della Chiesa ortodossa ucraina, il metropolita Epifanio, ha definito l’attacco come un crimine “contro l’umanità, contro la storia e contro il cristianesimo”. Alla data del 10 giugno scorso, l’UNESCO ha censito 536 siti ucraini d’interesse culturale danneggiati o distrutti dalla guerra russa: ben 154 sono siti religiosi.

Il marconista di bordo