La recente uscita nelle sale cinematografiche dell’ultimo film di Christopher Nolan dedicato a Odisseo ha riportato all’attenzione del pubblico mondiale i capolavori di Omero, gli eroi achei e troiani, e il mondo conosciuto della seconda metà del secondo millennio a.C. La casa editrice Il Mulino ha pubblicato quest’anno un saggio di Stefano De Martino intitolato Troia, l’eterna illusione (2026), nel quale fornisce le possibili risposte ad alcune ricorrenti domande che ruotano intorno a questa “eterna illusione”.

L’autore è docente di Ittitologia presso l’Università di Torino, nonché presidente del Centro Ricerche Archeologiche e Scavi di Torino per il Medio Oriente e l’Asia. La sua competenza scientifica consente di guardare alla realtà storica che è possibile presumere dai testi documentali e dagli scavi archeologici effettuati sin dalla seconda metà dell’Ottocento, partendo da una constatazione: “Troia è qualcosa di più di una grande città dell’antichità”.

Troia è la città del mito, una città leggendaria, “città di re, dèi ed eroi” come recita il secondo capitolo del saggio di cui proponiamo la lettura per approfondire la storia dello scopritore delle rovine troiane, la lingua e il modo di vita dei suoi cittadini, e la natura del fascino che Troia esercita da secoli sul resto del mondo. Ma è un fascino, aggiungiamo, indissolubilmente legato alla poesia dell’Iliade e dell’Odissea, attribuite ad Omero (se mai esistito), e in misura minore anche all’Eneide di Virgilio. L’oggettiva difficoltà a reperire prove incontrovertibili sull’effettiva esistenza di Omero aumenta non poco il fascino mitico di Troia e dei suoi eroi, e fanno di quella collina prospiciente i Dardanelli un polo attrattivo molto potente per la fantasia e le illusioni di molte generazioni.

L’autore concentra la sua attenzione nella prima parte del libro al finanziatore degli scavi archeologici per riportare alla luce i resti di Troia, ovvero al tedesco Heinrich Schliemann. Commerciante, affarista, pieno di soldi, giramondo, ha sempre subito il fascino della mitica città omerica, ed ha tenacemente voluto farla riemergere dalla terra sedimentata nel corso dei millenni, spendendo indubbiamente delle discrete somme di denaro. Come gran parte degli affaristi riuscì a raggirare le autorità turche nell’ambito delle concessioni per gli scavi, si attribuì il merito di aver localizzato l’esatto sito dove si trovava la città, quando in verità il merito fu del suo socio Frank Calvert, il vero scopritore di Troia. Fu un abile comunicatore, mandando in giro per il mondo la fotografia di sua moglie Sofia, che nemmeno era presente durante gli scavi, abbigliata con i gioielli ritrovati tra i resti delle mura della città, e che Schliemann immediatamente definì come il tesoro di Priamo. La scienza si è premunita, nei decenni successivi, a smentire questa attribuzione: i gioielli risalivano a molti anni prima.

Insomma, Schliemann consapevolmente o inconsapevolmente sostenne più di quanto era scientificamente corretto dire, ma un dato di fatto è inconfutabile: “Questa città [Troia, ndr] è indissolubilmente legata a Heinrich Schliemann, un sognatore ostinato che volle a ogni costo riportare alla luce due delle città cantate da Omero: Micene e Troia. E ci riuscì. Schliemann è una figura affascinante, con i suoi grandi meriti e i suoi evidenti limiti”.

Molto interessante, e coerente con la competenza scientifica dell’autore, è l’approfondimento storico delle vicende di Troia anche attraverso il punto di vista della “grande potenza” presente nella penisola anatolica, ovvero l’impero ittita di Hatti. Per concludere che Troia, pur non essendo una grande città dell’antichità, si trovava in un punto strategico vicino allo stretto dei Dardanelli che mette in collegamento le isole dell’Egeo con le coste del Mar Nero, ed era sulla linea di faglia tra l’impero ittita e i regni micenei in Grecia e nelle isole egee.

“La leggenda di Troia, in verità, non si è mai conclusa” scrive in conclusione Stefano De Martino “Continua a parlarci tramite i versi immortali di Omero, che ancora risuonano come un’eco lontana, e attraverso le mura imponenti della città, capaci di evocare il fascino intatto di un passato eroico”.