La 61° stagione del Teatro Greco di Siracusa, organizzata dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico (INDA), si sta avviando alla sua conclusione dopo aver messo in scena l’Antigone di Sofocle, I Persiani di Eschilo, l’Iliade tratto da Omero, e la tragedia dell’Alcesti di Euripide, con cui si è inaugurata la stagione 2026 incentrata sul classico tema degli sconfinamenti e sui risvolti drammatici dell’esistenza qualora vengano oltrepassati i confini entro cui ci è stata affidata la vita.

Anche nell’Alcesti si rappresentano precisi confini dettati dalle Moire, che nella mitologia greca rappresentano il fato: Admeto, re di Fere in Tessaglia, non può sfuggire al destino ineluttabile della morte. Ma il dio Apollo, costretto a servire per un po’ di tempo proprio nel palazzo di Admeto per scontare una colpa, e consapevole di quanto Admeto sia un uomo giusto, nobile e puro, tratta con le Moire nel tentativo di farlo sfuggire alla morte. Ottiene che il re di Fere eviterà la morte solo se un altro si sacrificherà al suo posto.

Due ci sembrano gli elementi principali della tragedia. Il primo consiste nel fatto che solo Alcesti, la giovane moglie di Admeto, accetta di sacrificarsi al posto del marito. Nessun altro. Tutti a piangere, a dolersi, a lamentarsi, a rammaricarsi, ma nessuno intende immolarsi: solo la giovane Alcesti è disposta a farlo. Nemmeno i due anziani genitori di Admeto sono disponibili: lo scontro tra il padre e il figlio è a questo proposito molto potente, e ben recitato dagli attori.

Va detto, per inciso, che Admeto non sembra avere alcuna intenzione di rifiutare “l’accordo” tra il dio Apollo e le Moire che portano a far morire Alcesti e a lasciarlo solo con due bambini. Non ci intendiamo molto di divinità dell’Olimpo e dei loro capricci, forse nessuno può ribellarsi, ma insomma il dato è evidente: la moglie Alcesti decide di morire per salvare il marito Admeto, ma il marito Admeto non sa far altro che piangere il destino della moglie, senza minimamente essere sfiorato dalla possibilità di accettare la propria morte invece di quella dell’amata.

Il secondo elemento consiste nella sacralità dell’ospitalità, altro valore cardine della civiltà greca. Cosi, quando al palazzo di Admeto piomba Eracle, nonostante il lutto e il dramma dovuti alla morte di Alcesti, l’ospite viene accolto comunque. Anzi, per evitare che questi si senta in dovere di rifiutare l’ospitalità, Admeto motiva il lutto senza citare la morte della moglie. Una volta scoperta la verità, Eracle vuole sdebitarsi andando fino all’Ade per recuperare Alcesti e riportarla viva dal marito.

L’allestimento della tragedia di Euripide, co-prodotta con il Teatro Stabile Veneto, è consistito da una scena chiusa da un muro scuro a rappresentare la facciata del palazzo di Admeto, e da costumi moderni per gli attori.

Apollo (Alessio Del Mastro) è tutto coperto d’oro come Shirley Eaton in Agente 007 Missione Goldfinger; Thanatos (Luigi Bignone) entra in scena camminando come Hercule Poirot e parlando come potrebbe fare la caricatura di Giulio Andreotti; Eracle (Denis Fasolo) arriva in bicicletta suonando la trombetta del campanello, parla in dialetto veneto, porta in mano una bottiglia di prosecco, veste stivaloni e un pacchiano cappotto con il pelo, canta come un alpino ubriaco; il servitore che racconta la verità a Eracle circa la morte di Alcesti parla in dialetto pugliese.

Brava l’attrice turca Deniz Özdoğan nella parte di Alcesti, una donna che “è viva e morta pare”, sia all’inizio della tragedia quando appare come una sorta di malato terminale, che alla fine quando viene riportata al marito come uno spettro insanguinato. Ancora una volta “è viva e morta pare”, sempre sul confine tra la vita e la morte valicato due volte.