Nell’intervista concessa sabato 28 giugno al quotidiano La Stampa, l’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha ripetuto quali siano a suo giudizio i punti chiave all’ordine del giorno della politica europea. Il primo: “riannodare, anche se ne comprendo le difficoltà, le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico”. II secondo: “investire sull’autonomia strategica europea”. Mentre “il tema fondamentale di questo tornante d’epoca” è costituito dalla guerra in Ucraina.
Fra poche settimane saranno tre anni e mezzo da quando la Russia ha aggredito l’Ucraina devastandone città, villaggi, porti, abitazioni, ponti, strade, ospedali, scuole, fabbriche, centrali elettriche, chiese. Per non parlare dei soldati e dei civili uccisi o mutilati, dei bambini deportati, delle fosse comuni, delle barbarie per le strade di Bucha. E Kiev ancora non è crollata.
Tre anni e mezzo. Come essere nel 1917 durante la Prima Guerra Mondiale, o nel 1943 durante la Seconda. Anni in bilico per gli aggrediti, difficili e luttuosi. Nonostante le previsioni formulate dagli ammiratori del regime russo, nonostante le forniture militari a Mosca da parte dell’Iran e della Corea del Nord, nonostante l’arruolamento di soldati di Pyongyang, dopo ben tre anni e mezzo di guerra Kiev non è ancora crollata e Mosca non riesce ancora a vincere.
Qualche notte fa la Russia ha scatenato il più massiccio attacco aereo contro l’Ucraina dall’inizio dell’invasione. In una sola notte ha lanciato 537 tra missili e droni, in particolare: 4 missili Kh-47M2 Kinzhal, 7 missili balistici Iskander-M/KN-23, 41 missili da crociera Kh-101/Iskander-k, 5 missili Kalibr, 3 missili S-300, e 477 droni. Negli ultimi sette giorni la Russia ha martellato il popolo ucraino con 114 missili, 1.270 droni e 1.100 bombe plananti. Migliaia di soldati russi si starebbero ammassando nei pressi di Sumy, una nuova offensiva della Russia è all’orizzonte. E Kiev ancora non è crollata.
La Russia sembra non riuscire ad inghiottire l’Ucraina. C’è un solo modo sicuro per far capitolare Kiev: smettere di aiutarla e di sostenere la sua resistenza all’invasore, cessare di supportare il suo popolo e il suo esercito, lasciare indisturbata la Russia a tempestare l’Ucraina fino a che non avrà fatto il deserto. “Dove fanno il deserto, lo chiamano pace” (Tacito).
Solo gli USA possono piegare l’Ucraina, abbandonandola alla violenza di una Russia sempre più furiosa per non riuscire ancora ad avere la meglio su Kiev. Si ripete che il “popolo russo” e il “popolo ucraino” sono un unico popolo, e “in questo senso, tutta l’Ucraina è nostra” (Vladimir Putin al Forum economico internazionale di San Pietroburgo, 20 giugno 2025). Ma alla fine, solo gli alleati sembrano avere in mano l’interruttore per spengere la democrazia ucraina lasciandola al suo destino e compiacendo così il Presidente della Federazione Russa.
Ecco allora che i due punti chiave ricordati dall’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini trovano una concretezza urgente e forse drammatica proprio nelle terre e nelle città dell’Ucraina: tenere agganciati gli Stati Uniti ad una politica di sostegno a Kiev fino a che potranno essere avviate trattative per una pace giusta e duratura, dove sia chiaro chi sono gli aggressori e gli aggrediti, e al tempo stesso ridurre la dipendenza strategica e militare dell’Europa.
Ormai sono diventate stucchevoli le lagnanze sulle incapacità dell’Europa, sulle sue debolezze e sulle sue lacune, anche perché spesso chi le formula al tempo stesso fa di tutto per corroderla, dividerla e indebolirla. “Quelli che stanno pungolando scendano dal carro e si mettano alla stanga” direbbe Alcide De Gasperi.
Il marconista di bordo
