In occasione dell’81° Giornata della Memoria, proponiamo la recensione del film Il figlio di Saul del regista ungherese László Nemes, vincitore di numerosi premi, tra cui il Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes nel 2015, un Golden Globe e l’Oscar come miglior film in lingua straniera nel 2016.
Il figlio di Saul si apre con una definizione di “Sonderkommando”: un particolare tipo di prigionieri, per la maggior parte di origine ebraica, obbligati dai nazisti a collaborare all’attuazione della soluzione finale nei campi di sterminio. Primo Levi ha definito l’istituzione dei Sonderkommandos “il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo” poiché “attraverso questa istituzione, si tentava di spostare su altri, e precisamente sulle vittime, il peso della colpa, talché, a loro sollievo, non rimanesse neppure la consapevolezza di essere innocenti”.
Gli appartenenti a queste unità beneficiavano di alcuni privilegi, come maggiori quantità di cibo e abiti migliori e vivevano in settori dei campi separati dal resto dei prigionieri, per impedire qualsiasi fuga di notizie su ciò che accadeva davvero all’interno dei lager. Dopo 3 o 4 mesi di lavoro, anche questi “miserabili manovali della strage”, come li ha definiti Levi, venivano giustiziati.
Il film è narrato attraverso gli occhi di Saul Ausländer, appartenente a una di queste sezioni speciali, dislocata ad Auschwitz. Come narrato da molti di coloro che sopravvivranno allo sterminio, dopo mesi di orrore, Saul appare desensibilizzato e svolge le proprie mansioni presso i forni crematori senza mostrare alcuna emozione, come se l’inferno fosse divenuto la sua normalità.
Un giorno però, dopo aver aperto una delle camere a gas, viene ritrovato un ragazzo che respira ancora e che viene quindi ucciso a sangue freddo da un ufficiale tedesco, sotto gli occhi di Saul. L’uomo, in quel ragazzo, riconosce (oppure semplicemente rivede) il proprio figlio e decide quindi di cercare un rabbino per assicuragli una sepoltura rituale, mettendo a rischio la propria vita e quella dei compagni prigionieri, impegnati nell’organizzazione di un tentativo di fuga.
Il film, che racconta l’ossessione quasi viscerale di Saul per il cadavere del ragazzo, mostra come egli si aggrappi disperatamente a questa missione autoassegnatasi, rendendola la sua unica ragione di vita, e come egli viva all’interno di Auschwitz, osservando l’orrore che lo circonda, senza più vederlo davvero.
La regia di Nemes riesce a trasmettere perfettamente questa sensazione di dissociazione dalla realtà, mostrando l’orrore, ma solo all’estremità del campo visivo, oppure sfuocando le scene raccapriccianti di cadaveri nudi, ammassati gli uni sugli altri come cumuli di immondizia, lasciando all’immaginazione dello spettatore il compito di mettere a fuoco quelle immagini, imprimendole ancora di più nella propria mente. O ancora, presentando particolari angoscianti e dialoghi agghiaccianti in un contesto di apparente normalità.
Si assiste quindi alla scena di un membro del Sonderkommando che incoraggia i deportati, ignari (o quasi) del proprio destino, a entrare nelle camere a gas, affermando che non c’è niente da temere perché “dopo la doccia avrete il tè e lavorerete”, per poi udire le urla, sempre più forti, e poi sempre più deboli, al di là della parete… Dopo aver lavato via il sangue dal pavimento come fosse acqua sporca, lo spettatore osserva uno spaccato del processo di cremazione dei corpi senza vita, chiamati “Stücke “ cioè “pezzi” perché privi di qualsiasi dignità, intuendo come tutto fosse inquietantemente votato all’efficienza. “Quelli grassi per primi, sempre”.
Molti dei dialoghi sono in lingua originale, sottotitolati, oppure lasciati come rumore di fondo: una scelta che contribuisce a far immedesimare ancora di più lo spettatore, soprattutto quello con qualche minimo rudimento di tedesco, nell’atmosfera distopica dei campi.
Impiegando queste tecniche, il regista ungherese è riuscito a dare vita a una pellicola incredibilmente brutale, ma al tempo stesso delicata, in cui il pubblico sembra sbirciare di nascosto all’interno dei campi di sterminio, assorbendo quasi inavvertitamente il peso enorme della Shoah.
