Il cielo era grigio a Danzica, in quel giorno di fine agosto del 1980. Sulla costa baltica della Polonia soffiava un vento freddo, autunnale, che si infilava nelle strade spazzando i cantieri navali “Lenin”. Gli scioperanti stavano in attesa, dopo due settimane di occupazione e di trattative. Il vento scuoteva i fiori appassiti incastrati tra i cancelli del cantiere e sotto le fotografie del papa polacco, Karol Wojtyla, e della Madonna Nera di Częstochowa.
I familiari degli operai continuavano ad assieparsi davanti ai cancelli, come nei giorni precedenti. Qualche preoccupazione cominciava a insinuarsi dentro di loro. Al di là dei cancelli vi erano padri, fratelli, figli, in attesa di un nuovo segnale dal Governo e dal Partito comunista, segnale che non arrivava. Le donne fuori (mogli, fidanzate, sorelle, madri) si stringevano ai cancelli condividendo la tensione del momento: dopo due settimane di scioperi e occupazioni, ancora non si palesava alcuno sbocco alle proteste e alle agitazioni.
Esercitazioni militari si annunciavano in Germania Est, prossime al confine occidentale della Polonia. Nei giorni precedenti erano circolate voci incontrollate su concentrazioni di milizie nei dintorni di Danzica e di paracadutisti nelle vicinanze dell’aeroporto.
La Chiesa polacca si era mostrata sin troppo prudente nel trattare la grave crisi che stava sconvolgendo la Polonia comunista: probabilmente temeva l’arrivo normalizzatore dell’Armata Rossa, come a Budapest nel 1956 o a Praga nel 1968.
Lech Walesa, baffuto e carismatico capo degli operai in sciopero, prese il microfono e arringò la folla: “Vi vedo demoralizzati. Forza! Non ci sposteremo dalle nostre rivendicazioni nemmeno di un passo, di un millimetro”. Gli operai parvero rincuorarsi, intonando prima l’inno nazionale e poi un canto cattolico. Identità nazionale e Chiesa cattolica, i due volti dell’anima polacca.
Ma cosa era accaduto fino ad allora?
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Le annose difficoltà economiche della Polonia non riuscivano mai a trovare un’adeguata risposta nei provvedimenti presi dal Governo di Varsavia. Anzi, l’aumento del 30% del prezzo della carne deciso il 16 luglio 1980 dalle autorità comuniste innescarono nuove proteste popolari. Sembrava finita la fase in cui gli animi s’indignano nel silenzio interiore delle persone o nel chiuso delle famiglie, ma si aggregano e si mobilitano.
In quelle settimane estive del 1980 iniziarono le proteste dei lavoratori. Come sempre c’è una goccia che fa traboccare il vaso: nei cantieri navali “Lenin” di Danzica vennero licenziati l’addetta alle gru Anna Walentynowicz, una delle fondatrici del sindacato indipendente delle imprese del litorale del Baltico, e di altri due operai impegnati in attività sindacali. I 17 mila operai entrarono in sciopero e votarono l’occupazione dei cantieri.
Gli scioperi si allargarono a macchia d’olio in altre città del Nord, soprattutto nel settore dei trasporti pubblici, della metalmeccanica, dell’edilizia. E non costituisce una novità assoluta. Sui prezzi dei generi alimentari e sulle condizioni di vita dei polacchi si basarono tutte le proteste operaie della Polonia comunista: nel 1956 (Poznan), 1970 (Danzica) e ora, nel 1980, ancora Danzica.
A sostegno degli operai in sciopero si schierò il KOR (Comitato di difesa degli operai) che aveva assunto il nuovo nome di Comitato di autodifesa sociale. Si trattava di un gruppo di intellettuali e di operatori che elaboravano linee di impegno politico-sociale di segno anti-comunista.
All’interno dei comunisti polacchi del POUP (Partito Operaio Unificato Polacco) si comprese subito il nodo politico delle agitazioni operaie. Il nodo consisteva nella rivendicazione delle libertà sindacali e dell’indipendenza delle organizzazioni operaie rispetto al Partito comunista. La protesta in corso avrebbe potuto essere non solo di natura economica, ma stava sempre più assumendo un profilo politico. Non appariva una protesta spontanea: dietro di essa apparivano organizzazioni sindacali “clandestine”, autonome rispetto a quelle ufficiali.
La contraddizione stava diventando sistemica: se il fondamento del sindacato ufficiale, del partito unico e della stessa Repubblica popolare erano gli operai, e questi protestano contro il sindacato ufficiale e contro le Autorità governative, era evidente che veniva messo in discussione la legittimazione stessa del sistema politico comunista.
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A metà agosto i collegamenti telefonici e ferroviari tra Danzica e il resto della Polonia vennero interrotti. Danzica era isolata.
Dal 1° luglio si sarebbero svolti circa 150 scioperi in tutta la Polonia, nella sola Danzica si arrivò al coinvolgimento di oltre 50 mila lavoratori: oltre a quelli dei cantieri navali “Lenin”, le proteste si estesero ai cantieri settentrionali della città, ad altre fabbriche e a tutti i trasporti pubblici della regione.
Dall’altro lato, il Comitato centrale del POUP veniva convocato più volte e il primo segretario Edward Gierek si consultava con Mosca. Il capo del Governo Babiuch usava parole che lasciavano trasparire tutti i rischi di un “fraterno” intervento diretto dell’URSS in Polonia: “Il mondo ci guarda. Abbiamo alleati infallibili [sic!] che si preoccupano delle nostre difficoltà. È nostro dovere dimostrare che siamo un Paese capace di risolvere in modo autonomo i problemi più difficili”.
Ma la costa baltica della Polonia era paralizzata e isolata. Nei cantieri e nelle fabbriche occupate, domenica 17 agosto 1980 vennero celebrate Sante Messe con gli operai. I contadini della regione decisero di non consegnare più i loro prodotti allo Stato, bensì agli operai in sciopero.
Due giorni dopo, la milizia dette l’ordine di sgombero dei cantieri, ma gli operai rifiutarono. Alcuni testimoni parlarono di tre lunghe colonne di camion della milizia e di reparti speciali che affluivano a Danzica. Altri sarebbero stati trasportati in elicottero e concentrati all’aeroporto. Tra i radioamatori corre voce dell’ingresso di truppe sovietiche in Polonia. I posti di blocco della milizia sigillarono Danzica, mentre gli scioperi dilagano: Cracovia, Stettino, Nowa Huta. Iniziarono anche gli arresti, soprattutto per i dissidenti politici più di rilievo, come lo stesso leader del KOR Jacek Kuron.
Verso il 20 di agosto la situazione sembra avviata ad un punto morto: le contro-proposte del Governo, rispetto alle 21 richieste degli operai, non soddisfacevano gli scioperanti. Inoltre, le Autorità non vorrebbero trattare con il Comitato Inter-fabbrica degli Scioperi, a cui aderiscono ormai oltre 330 realtà, ma con le singole aziende. Ma alla fine cedettero: gli interlocutori diventano Lech Walesa e i suoi del Comitato.
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Iniziarono le trattative, ma accadde subito un colpo di scena: una massiccia epurazione interna colpì il partito comunista e il Governo. Saltarono il premier del Governo Edward Babiuch, il vice premier Tadeusz Pyka (membro supplente del Politburo del POUP), tre membri effettivi del Politburo del POUP (il capo dei sindacati, il capo dell’ufficio propaganda e ideologia, il capo dell’ufficio pianificazione) e un altro membro supplente del partito.
Rimase al suo posto il primo segretario del POUP Gierek, ma in pratica i principali uomini a lui vicini dall’inizio del suo potere supremo sui comunisti polacchi nel 1970 vennero epurati. L’interpretazione politica dell’operazione risiede nel tentativo di placare la crescente insofferenza dell’Unione Sovietica per la situazione interna della Polonia scaricando le responsabilità sugli uomini epurati.
Tadeusz Pyka era stato fino ad allora a capo della Commissione governativa incaricata di trattare con gli scioperanti. Ora la suo posto venne indicato l’altro vice premier, Mieczyslaw Jagielski, che aveva avviato sul serio una trattativa.
Secondo l’interpretazione degli operai in sciopero, sarebbe stato l’allargamento senza freni della protesta in Polonia (ancora Stettino, Cracovia, Katowice e l’intera Slesia in ebollizione) ad aver convinto il POUP che con l’intransigenza o con le minacce il potere non sarebbe riuscito a fermare la protesta: troppo estesa, e sempre più pericolosamente “politica”.
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Si tratta. Il Comitato Inter-fabbrica degli Scioperi non intendeva continuare il confronto finché non venivano tolti i fattori di isolamento di Danzica (telefoni, trasporti). La Commissione governativa non intendeva trattare sull’indipendenza e sull’autonomia dei sindacati rispetto al partito comunista.
Emergeva sempre più anche un timore strategico non da poco per i dirigenti comunisti polacchi: il rischio che il contagio della protesta sulle coste baltiche si estendesse al di là dei confini e approdasse nella Germania Orientale. Sarebbe stata una catastrofe politica.
Le trattative si rivelarono sempre più difficili e altalenanti. Il Governo sembrava iniziare a cedere su alcuni punti qualificanti, mentre le aziende polacche in sciopero raggiungono la cifra di circa 470, coinvolgendo oltre 200 mila operai.
La situazione dentro i cantieri navali “Lenin” era tranquilla, l’occupazione veniva gestita con attenzione e prudenza dagli operai, ma le posizioni sindacali permanevano ferme. Sicuramente gli uomini del potere comunista temevano uno scivolamento della situazione polacca verso uno scenario simile a quello della Cecoslovacchia del 1968.
Alla fine dell’ultima settimana di agosto le trattative s’interruppero, e la Commissione governativa non si presentò agli appuntamenti fissati.
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Il vento freddo del nord, dunque, spazzava i cantieri “Lenin” mentre gli operai attendevano di capire se le trattative sarebbero riprese o meno.
Ripresero.
Il 30 agosto 1980 venne definito un accordo tra il Comitato Inter-fabbrica degli Scioperi e la Commissione governativa che ricalcava le 21 richieste iniziali degli operai. La firma avvenne il giorno successivo: Lech Walesa si sarebbe impegnato solo dopo la ratifica dell’accordo da parte del Comitato centrale del partito comunista.
Walesa fu portato in trionfo dagli operai dei cantieri navali. Non potevano sperare in qualcosa di più. La settimana successiva toccò all’uomo forte del regime, Edward Gierek, dimettersi da primo segretario del POUP. Poco tempo dopo venne il riconoscimento formale del sindacato autonomo Solidarność.
La storia non finì lì, ma 45 anni fa il vento della storia soffiò prepotentemente in mezzo ai cantieri navali di Danzica, anticipando di fatto la fine del comunismo in Polonia e nel resto dell’Europa.
