Mentre i russi lanciano, nella notte tra mercoledì 18 e giovedì 19 marzo, 147 droni contro le città ucraine, il premier ungherese Orbán mette il veto al prestito di 90 miliardi di euro a favore della martoriata Ucraina durante il Consiglio europeo nello stesso giorno del 19 marzo. Al veto di Orbán si associa come al solito quello del premier slovacco, l’ex comunista Robert Fico. Nella notte successiva, i russi festeggiano con altri 156 droni sulle città ucraine.

Viktor Orbán è la migliore espressione di quel nazionalismo populista europeo che ha contraddistinto questi ultimi anni, un brillante interprete di quella “democrazia illiberale” il cui faro nel continente euroasiatico risplende da Mosca, e da un anno a questa parte è diventato un perfetto rappresentante degli interessi di un’amministrazione americana sempre più simile a quella moscovita.

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Il 19 dicembre scorso l’Unione europea adottò all’unanimità (quindi anche con il consenso dei governi di Ungheria e Slovacchia) la decisione di erogare il prestito straordinario ad una stremata Ucraina, garantito dal margine di bilancio dell’Unione. Il principio è: non si abbandonano europei che stanno eroicamente difendendo la propria indipendenza e la propria libertà dall’aggressione militare della Russia.

Ora Ungheria e Slovacchia fanno marcia indietro. Sono anni che Viktor Orbán adotta questa politica del tira-e-molla, per alzare sempre più il prezzo a suo favore. Un gioco che dall’invasione russa dell’Ucraina ha preso un significato ben diverso e ben più grave, visto che l’Europa sta affrontando da quattro anni sfide che possono diventare esistenziali: l’integrità territoriale delle proprie nazioni, il ritorno della guerra su vasta scala in Europa dalla fine del nazismo tedesco e del comunismo sovietico, la natura liberale delle nostre democrazie.

Insomma, in ballo c’è molto più dei sondaggi elettorali sfavorevoli al partito di Viktor Orbán in vista delle prossime elezioni parlamentari ungheresi. Qua si sta discutendo di quale idea di Stato democratico sopravvivrà alla stagione di Putin e Trump. E quali saranno i confini degli Stati europei qualora prevalesse l’idea russa che gli attuali confini in Europa non sarebbero quelli giusti.

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Qual è la ragione del veto addotta da Orbán? Budapest beneficia di un oleodotto, quello di Druzhba, che porta in Ungheria il gas russo. L’oleodotto passa per l’Ucraina, ovvero nel teatro di una guerra voluta da Putin, ed è oggetto come tutto il resto delle infrastrutture ucraine ai danneggiamenti della guerra.

La propaganda elettorale di Orbán fa intenzionalmente intendere che è il governo ucraino a danneggiare o a non far nulla per riparare il gasdotto. Il governo ucraino nega questo fatto.

Lasciamo la parola al Presidente del Consiglio europeo, António Costa, secondo quanto riportato da RaiNews: “La Russia ha attaccato l’oleodotto Druzhba 23 volte. Per la 23esima volta, l’Ucraina riparerà di nuovo, ancora una volta, questo oleodotto. E, ovviamente, questa non è responsabilità dell’Ucraina, non è responsabilità dell’Unione Europea, non è responsabilità della Commissione, del Consiglio Europeo, né di alcuno Stato membro”.

Il Presidente del Consiglio europeo è piuttosto arrabbiato per il comportamento dell’Ungheria: “Nessuno può ricattare il Consiglio europeo, nessuno può ricattare le istituzioni dell’Unione europea: dobbiamo mantenere la promessa. Accogliamo con favore gli sforzi e l’impegno dell’Ucraina per riparare il gasdotto Druzhba distrutto dalla Russia entro le prossime sei settimane”. E ribadisce: “si può considerare che non si agisce in buona fede, quando si pone una condizione che né l’Unione europea né i suoi Stati membri possono garantire. Perché solo la Russia può decidere se tentare di nuovo di distruggere l’oleodotto Druzhba o meno”.

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Quanto potrà resistere l’Ucraina senza quel prestito urgente? Quanto potrà resistere l’Europa alla tenaglia russo-americana continuando ad avere al suo interno gli interpreti di quella tenaglia che pongono veti a destra e a sinistra?

I cittadini ungheresi formuleranno l’ardua sentenza nelle urne il prossimo 12 aprile. La possente macchina della propaganda, dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale per disinformare, delle ingerenze e delle pressioni, sta lavorando a pieno ritmo. La nostra fiducia nella democrazia (quella liberale, non quella illiberale), in quella capacità profonda di discernimento che i popoli hanno nelle loro coscienze, ci spinge ancora a credere che alla fine gli elettori compiranno scelte all’altezza del tempo travagliato che stiamo vivendo.