Ian McEwan si conferma uno degli scrittori più interessanti della letteratura inglese contemporanea. Il romanzo Quello che possiamo sapere (2025) racconta una storia distopica (come è in voga dire oggi) ambientata nel Regno Unito nell’anno 2119, nella quale si ritrovano molti spunti di riflessione, secondo alcuni anche troppi, ma tutti sapientemente inseriti in una composizione erudita ed elegante.
Il protagonista della prima parte del romanzo è un ricercatore che, a distanza di quasi 100 anni, intende ritrovare un poemetto composto nel 2014 da un famoso letterato (Francis Blundy) scritto e dedicato a sua moglie (Vivien) in occasione del suo compleanno, intitolato “Una Corona per Vivien”. Un poemetto famoso, il cui autore sentiva che fosse addirittura superiore alla Terra Desolata di Eliot, “poteva trattarsi di un punto di svolta nella storia della poesia”.
Ma dopo cento anni nessuno lo aveva visto, quel poemetto. “La poesia su carta per ora non esisteva. Era vissuta e sopravviveva soltanto nella testa di tante persone. Non c’era altro”. E dunque il protagonista, ovvero l’io narrante del romanzo, finisce per riconoscersi come “il biografo della rinomanza di una poesia mai letta”.
Un primo argomento di grande interesse del libro riguarda la massa di tracce digitali che noi lasciamo, e che diventa la miniera dove i posteri scaveranno nel futuro per conoscere noi e il nostro mondo. Limitandosi alla ricerca sempre più insistente del poemetto, il protagonista ci spiega come le fonti disponibili per studiare i letterati pre-1990 siano in numero finito e limitato. Le fonti si sono prosciugate da tempo. Per quelli successivi sono rese disponibili un’infinità di informazioni digitali. A questo punto va inserito un “però”: “È raro che una mail o un sms contengono riflessioni personali interessanti quanto quelle di una meditata lettera del diciannovesimo o del ventesimo secolo”. Dunque un’infinità di informazioni sono disponibili nel 2119, tantissime delle quali francamente inutili: “Comunque, sappiamo che 108 anni fa, nel 2014, le patate che Vivien Blundy sbucciava per la cena del suo compleanno erano di varietà rooster”.
Questo ci porta ad una riflessione su cui dovremmo meditare con attenzione: “Avrei voglia di urlare attraverso un buco nella volta del tempo e mettere in guardia chi è vissuto un secolo fa” sostiene il protagonista “se volete che i vostri segreti rimangano tali, sussurrateli nell’orecchio del vostro più caro e più fidato amico. Mai a una tastiera e a uno schermo. Se lo fate, noi sapremo tutto”.
Un secondo elemento di riflessione riguarda la trasformazione del mondo tra il 2014 e il 2119. Nel mondo è accaduto il Grande Disastro, l’Inondazione, la guerra nucleare. La Gran Bretagna è diventata un arcipelago, mentre in America eserciti diversi si sono fatti la guerra fra loro. La Nigeria è diventata una grande potenza, l’unica a possedere i sommergibili in grado di recidere i cavi sottomarini dell’Atlantico.
Il motore delle gravi trasformazioni subite dalle nazioni si riconducono ai cambiamenti climatici e alle conseguenti guerre per l’approvvigionamento delle risorse naturali, in particolar modo l’acqua, il più vitale di tutti. In un mondo nel quale imperversano nazionalismo, fanatismo religioso e una “ultra-irascibile intelligenza artificiale”, si arriva all’utilizzo dell’arma nucleare e alle devastazioni climatiche.
Un terzo elemento di riflessione riguarda proprio Vivien. Il suo matrimonio con il grande poeta Francis Blundy è successivo alla relazione di lei con Percy, un liutaio che molto ha amato ma che nulla aveva a che fare con la poesia e la letteratura. Le pagine dedicate da McEwan alla malattia che ha colpito Percy, al lungo e devastante processo di decomposizione della memoria e dell’identità personale, al supplizio passato da Vivien nell’assisterlo, sono molto toccanti e ben scritte. Come del resto lo sono quelle dedicate ai tradimenti, alle complicità e ai sensi di colpa di Vivien.
Poi arriva la seconda parte del romanzo, “Le confessioni di Vivien Blundy”, e con esse la verità (che non vi diciamo). Quello che è effettivamente accaduto nel 2014, e non quello che possiamo sapere nel 2119.
Una prosa signorile e a tratti ironica, quella di McEwan. Una ricerca sulla poesia, più che sui poeti, ancorché fossero “i poeti a scrivere il libro della vita”. Un romanzo la cui lettura è caldeggiata per inoltrarsi una volta ancora nei meandri dell’animo umano e nelle illusioni sulle certezze della conoscenza.
