Il 12 aprile i cittadini ungheresi saranno chiamati alle urne per eleggere la nuova Assemblea nazionale. Poco più di otto milioni di elettori decideranno molto più dei loro rappresentanti al Parlamento, la posta in gioco è molto più alta di quanto forse siano consapevoli loro stessi. La battaglia verte sul destino della “democrazia illiberale”, su un modello di governo sempre più simile a quello russo, è sul futuro dell’Unione Europea e del suo modello liberal-democratico, è sul destino del sostegno alla martoriata Ucraina, e sui possibili sviluppi del trumpismo in Europa.

Nello scontro elettorale si misurano il premier Viktor Orbán e l’ex alleato Péter Magyar. Il primo è il signore incontrastato d’Ungheria da 16 anni, il secondo è il suo principale oppositore. Il primo condensa in sé il populismo nazionalista ungherese, anti-europeista, anti-ucraino e sempre più autocratico. Il secondo mantiene un carattere conservatore, ma all’interno di una cornice liberale, più centrista, e soprattutto contrario al sistema di corruzione del regime che si è instaurato a Budapest.

I parlamentari europei del partito di Viktor Orbán (Fidesz) siedono nello stesso gruppo dell’estrema destra europea, quelli del partito di Péter Magyar (Tisza) appartengono al Partito Popolare Europeo.

Il sostegno politico di cui hanno beneficiato in queste settimane i due contendenti, proveniente da altri leader politici stranieri, conferma la straordinaria importanza di queste elezioni. A favore di Viktor Orbán si sono pubblicamente espressi Donald Trump e Vladimir Putin, Benjamin Netanyahu e Giorgia Meloni, la leader dell’estrema destra tedesca Alice Weidel e la leader dell’estrema destra francese Marine Le Pen, Matteo Salvini e il capo dell’estrema destra spagnola Abascal.

Coerentemente con la prassi populista, mentre l’estrema destra del resto del mondo sostiene compatta Orbán, se qualche esponente politico straniero meno estremista esprime il gradimento verso il suo avversario, allora il fatto viene immediatamente bollato come una “ingerenza straniera”.

I sondaggi stanno confermando il vantaggio dell’opposizione (49% contro 39%) ma l’incertezza non si dirada. Orbán è un combattente, ha costruito un sistema di potere capillare e pervasivo, non si arrenderà facilmente. E soprattutto bisogna ricordarsi che le insidie si nascondono nei particolari. Molti osservatori ricordano come le varie modifiche “tecniche” intervenute nella legge elettorale favoriscano soprattutto i partiti più forti nelle campagne (ovvero il partito al governo) piuttosto che quelli con maggior seguito nelle grandi città (come il partito d’opposizione). A conferma di quanto le modifiche spacciate per “tecniche” siano in realtà delle occhiute azioni politiche. In Ungheria e in tutto il resto del mondo.

Per comprendere la rilevanza della sfida elettorale ungherese, basta leggere il Washington Post di domenica 23 marzo. La giornalista Catherine Belton, con un articolo intitolato “Russian ‘Gamechanger’: A fake assassination plot”, pubblicato nella prima pagina del celebre quotidiano che decenni fa rivelò al mondo lo scandalo Watergate, ha svelato la proposta avanzata da un’agenzia d’intelligence russa di inscenare un falso attentato contro Orbán per catalizzare intorno a lui simpatia e voti, e contrastare così un calo costante nei sondaggi che preoccupa molto il Cremlino.

La battaglia d’Ungheria è cruciale per la politica europea, intorno ad essa si muovono interessi grandi e non sempre limpidi. Siamo convinti che molti, anche nel resto d’Europa, non avvertono la sua importanza e la durezza con cui la si sta combattendo. Con la speranza che l’esito non sia inficiato da eccessivi trucchi (si stanno già organizzando, per esempio, pool di “osservatori elettorali” di partito), si rimane in attesa dell’ardua sentenza dei cittadini ungheresi.

Il marconista di bordo