Il 22giugno Keir Starmer ha rassegnato le dimissioni quale Primo Ministro del Regno Unito. Il gruppo parlamentare laburista non lo ritiene la guida più adatta per affrontare le prossime elezioni generali, e Starmer ne ha preso atto.

Al momento delle sue dimissioni, Starmer ha ricordato di aver riportato il Partito Laburista al governo dopo ben 14 anni di opposizione, e dopo essere stato considerato da più parti un partito finito. Ha rivendicato il suo ruolo nello sradicamento del “veleno dell’antisemitismo” che ha albergato dentro il laburismo inglese, e nell’impulso alla politica di difesa e sicurezza nazionale.

Presumibilmente il nuovo premier verrà scelto entro la fine della pausa estiva, qualora fosse ingaggiata una competizione interna. Dal 9 al 16 luglio possono essere avanzate le candidature. Se ce ne sarà una sola, non ci saranno votazioni. Altrimenti il Partito Laburista deve procedere alla scelta, comunque prima della riapertura della Camera dei Comuni prevista per il 1° settembre. La candidatura considerata più forte è già stata preannunciata: si tratta del neo-parlamentare Andy Burnham.

Sindaco della contea metropolitana della Grande Manchester, nel nord dell’Inghilterra, dal 2017, Burnham è stato deputato alla Camera dei Comuni dal 2001 al 2017. Lo scorso 18 giugno ha vinto nettamente le elezioni suppletive nel collegio elettorale di Makerfield (all’interno della Grande Manchester) e questo gli ha consentito di avanzare la candidatura per sostituire Starmer: solo se si è parlamentari, infatti, si può accedere alla carica di Primo Ministro. Il collegio di Makerfield fu istituito nel 1983, e vi è stato eletto sempre un laburista.

Burnham ha già avuto incarichi di governo, sotto la premiership di Gordon Brown: nel 2008-2009 è stato Segretario di Stato per la cultura, i media e lo sport, e nel 2009-2010 Segretario di Stato per la salute. Non sono stati incarichi governativi di primissimo piano,

Il Regno Unito è attraversato da conflitti etnici che si sono già tramutati in turbamenti dell’ordine pubblico, anche per l’irresponsabilità di tutti quei leader politici estremisti che soffiano sul fuoco dei conflitti per un pugno di voti. La ripresa economica stenta a decollare, e i pentimenti circa l’uscita dall’Unione Europea si accumulano di pari passo con gli studi realizzati sul costo economico patito nei 10 anni di Brexit. Nelle cosiddette Home Nations costituenti il Regno Unito il vento indipendentista non si è attenuato: a Edimburgo, Belfast e Cardiff ci sono primi ministri nazionalisti. E le squallide vicende dello scandalo Epstein coinvolgenti membri della famiglia reale non aiutano certo la tenuta complessiva del sistema.

A partire dal referendum sulla Brexit del 23 giugno 2016, e dalle conseguenti dimissioni dell’allora Primo Ministro David Cameron (conservatore), a Downing Street si sono susseguiti ben cinque premier: Theresa May (conservatrice), Boris Johnson (conservatore), Elizabeth Truss (conservatrice), Rishi Sunak (conservatore), Keir Starmer (laburista). Gli entusiasti sostenitori del sistema elettorale maggioritario uninominale, i vigorosi detrattori dell’instabilità governativa della Prima Repubblica italiana, e i tenaci fautori dell’uscita anche dell’Italia dall’UE, possono trovare buoni motivi di riflessione sulla crisi della società britannica.

Il marconista di bordo