La dottrina a cui sembra ispirarsi l’amministrazione statunitense verso l’Europa potrebbe essere sintetizzata in 3P: Psiche, Politica interna, Putin. Ognuna vede protagonista soprattutto il presidente Trump più che gli Stati Uniti, ma finché il miliardario newyorchese sta alla Casa Bianca, i due termini coincidono. Esaminiamo una P per volta.

Psiche. Trump è un uomo dal pensiero semplice, non avvezzo alle sottigliezze necessarie a cogliere la complessità del mondo contemporaneo. Il suo procedere intellettuale è elementare: io sono il più forte, dunque tutti gli altri devono chinare il capo. Ma nel momento in cui non lo chinano, perde la testa, non concepisce mentalmente che qualcuno non si pieghi alla sua forza capricciosa e nerboruta. E quindi reagisce con una sequela di insulti, minacce, parolacce, intimidazioni. Non è un pensiero debole, bensì un pensiero elementare. L’impotenza degli uomini che si credono onnipotenti genera una frustrazione insostenibile dal punto di vista psicologico. Nel suo immaginario c’è posto per le belle donne e per l’opulenza dovuta all’arricchimento finanziario: tutto il resto appartiene agli “sfigati”, ai “perdenti”. È un mondo nel quale si ammette di giocare a calcio con altri solo se questi accettano la sua volontà, altrimenti prende il pallone e se ne va. Come sta accadendo per la questione delle basi americane in Europa.

Politica interna. La progressiva riduzione dello status democratico degli USA, certificato dal report del V-Dem Institute dell’Università di Göteborg, ha sorpreso gli illusi e confermato i disillusi nei loro più pessimistici pronostici. Ora la grande battaglia americana sta nelle elezioni di mid-term del prossimo novembre: il tasso di disapprovazione della politica di Trump sta assumendo valori imbarazzanti, ben peggiori di quelli tanto disprezzati ai tempi della presidenza Biden. Ci sembra che attualmente parte della battaglia si stia giocando nel ridisegnare i confini delle circoscrizioni elettorali per favorire il tale o il talaltro candidato nei singoli stati, e nel riempire i media di epiche vittorie belliche e mirabolanti successi economici.

Putin. Il presidente della Federazione Russa, che non riesce dopo oltre quattro anni di guerra a piegare l’Ucraina, facendo una figuruccia piuttosto misera per una superpotenza nucleare piena di sé, ha bisogno che il sostegno economico e militare a Kiev si annulli, e Trump lo accontenta. Putin ha bisogno di vedere la NATO disarticolarsi, e Trump ce la mette tutta per martellarla almeno una volta a settimana. Putin ha bisogno di una NATO militarmente indebolita, e Trump minaccia di ritirare le truppe americane dall’Europa. Putin ha bisogno di disarticolare anche l’Unione Europea e di avere “quinte colonne” dentro l’UE che tutelino i suoi interessi e impediscano il pieno funzionamento delle istituzioni comunitarie, e Trump li appoggia tutti (si ricordi il referendum sulla Brexit, l’appoggio all’ungherese Orbán, o il sostegno all’estrema destra fascistoide in Germania).

Insomma tutto torna, il 3P è una dottrina coerente. La domanda conclusiva riguarda gli Europei: vogliamo proprio finire così?

Il marconista di bordo