Se si esclude la recitazione di Toni Servillo, rimane ben poco del film La grazia (2025) del regista Paolo Sorrentino. Tutto molto banalizzato, sia i temi che sarebbero stati al centro del film, sia le istituzioni coinvolte. Non ne abbiamo bisogno, di queste banalizzazioni.
La trama è invitante: il presidente della Repubblica, un ex democristiano devoto e lento nelle sue decisioni (il soprannome è “cemento armato”), entra nel suo semestre bianco e gli vengono sottoposte due richieste di grazia e un controverso disegno di legge sull’eutanasia.
Lo spunto è indubbiamente interessante, ma la resa no.
Il presidente passa le giornate camminando in su e giù per i saloni pressoché deserti del Quirinale, un senso di solitudine quasi spettrale lo accompagna. Una sigaretta fumata all’aperto, vicino al torrino, gli consente di pensare sempre alla moglie defunta Aurora con la vista dí Roma ai suoi piedi.
La prima banalizzazione è quella della figura del Papa. Forse il regista pensava di costruire una figura artisticamente così all’avanguardia da risultare “scandalosa” ai benpensanti, ma in realtà viene fuori una macchietta che, più che suscitare scandalo, procura solo un senso di banalità: un Papa di colore, con orecchino e capelloni lunghi con tanto di codino, è solo ridicolo.
La seconda banalizzazione riguarda lo stesso Quirinale: all’arrivo del presidente del Portogallo (chissà poi perché il Portogallo…), mentre un terribile fortunale si abbatte su Roma, scatenando pioggia torrenziale e vento fortissimo, il presidente portoghese s’inzuppa e cade nella quasi completa indifferenza di tutti. Ridicolo. E per significare cosa?
E così assistiamo ad un presidente della Repubblica che riflette su un tema straordinariamente delicato e complesso come l’eutanasia mentre guarda l’agonia di un cavallo dei corazzieri, rifiutandosi di concedere l’autorizzazione a sparargli. E tutto diventa così ridicolo.
Ancora, il presidente della Repubblica appare ossessionato dalla ricerca del nome dell’uomo con cui la moglie Aurora l’ha tradito 40 anni prima, ritirando fuori la questione in ogni momento. Poco serio, e poco verosimile. E la monotona ripetizione del fatto che mentre prega si addormenta, diventa una specie di burla.
Per non parlare poi del dipendente del Quirinale che, per porgere al presidente una custodia alla volta, contenente presumibilmente un omaggio o una onorificenza che sta consegnando ad una serie di persone allineate compostamente in fila, saltella qua e là come un paggetto settecentesco dalle movenze teatrali. Un’altra inutile ridicolaggine che finisce solo per trasformare la Presidenza della Repubblica in un teatrino burlesco.
D’altra parte riappare continuamente il bisogno di trovare leggerezza. Diremmo anche troppo.
Petulante la figlia del presidente, che vive e lavora con lui. Un po’ viscido il segretario. L’unico simpatico è il consigliere militare, un generale degli alpini tutto d’un pezzo. L’apprezzabile recitazione di Toni Servillo rende il presidente una figura non da operetta, con una eleganza istituzionale degna e verosimile, pur presentando alcune sfumature inutilmente grottesche.
