In verità non esiste il mestiere di “viaggiatore”, nonostante lo scrittore olandese Jan Brokken così venga spesso definito. Il viaggiatore esplora, visita, ammira, si diverte. Ma soprattutto conosce. Viaggiare è una delle forme della conoscenza, e l’ultimo libro di Jan Brokken La malinconia del viaggiatore (2025), pubblicato in Italia nel 2026 da Iperborea, ne costituisce un’ulteriore prova.

Parliamo di questo libro a partire da alcune citazioni, che riteniamo emblematiche per calarsi adeguatamente nell’atmosfera dei suoi quattordici capitoli. “Nulla evoca i ricordi più intensamente di un viaggio”, constata Brokken. “Non c’è viaggio senza musica”, scrive l’autore in un altro punto del libro. A proposito di Goethe e del suo viaggio in Italia, commenta: “È questa l’essenza del viaggio: staccarsi da sé stessi, dimenticarsi di sé, di essere qualcuno che ha un nome, un passato, una storia, una reputazione, per cominciare una nuova esistenza”. E sempre in riferimento a Goethe scrive: “Già, è esattamente per questo che tutti viaggiamo: per aggiungere qualcosa alla nostra autobiografia”.

Lungo questo filo conduttore intrecciato di ricordi, di viaggi, di musica e di cultura, si dipana il nuovo libro di Brokken, il cui lavoro precedente dedicato all’Olanda era già stato segnalato da PaginaEuropa. Così l’autore ci accompagna nella cittadina francese di Collioure, in Occitania, nei Pirenei orientali, e in particolare nel suo cimitero dove riposa il poeta spagnolo Antonio Machado, fuggito negli anni Trenta da una Barcellona assediata dai franchisti. Scrive Louis Aragon: “Machado dorme a Collioure / bastarono tre passi fuori di Spagna / perché il cielo fosse per lui troppo greve / si sedette in questa campagna / e chiuse gli occhi per sempre”.

Il viaggio continua a Budapest dove si rievoca un altro addio alla propria patria, consumato nell’ultimo concerto tenuto dal pianista e compositore Béla Bartók nell’ottobre 1940. “Meno di un mese dopo quel leggendario concerto, l’Ungheria aderì alle potenze dell’Asse, l’alleanza fascista che univa Hitler, Mussolini e l’imperatore del Giappone”. Da Budapest a Parigi, dove Jan Brokken ammira un dipinto del pittore francese Gustave Caillebotte che lo rimanda ad un altro grande compositore: il ceco Antonín Dvořák.

Il viaggio della memoria dell’autore ci fa incontrare poi Franz Kafka, la città di Praga e le strade della Boemia; l’ematologo e poeta olandese Leo Vroman a New York; il violoncellista olandese Anner Bijlsma e il mondo dei liutai cremonesi, da Stradivari a Guarneri; il pittore francese Henri Matisse e la costruzione della Chapelle du Saint-Marie du Rosaire a Vence, in Francia. Si arriva poi in Italia: Mantova, dove incontriamo il pittore Andrea Mantegna e il compositore Claudio Monteverdi; Napoli, in compagnia di Paolo Maria Noseda; Rovereto, dove ci si imbatte in uno dei principali punti di riferimento del futurismo come Fortunato Depero, e nel grande intellettuale tedesco Johann Wolfgang von Goethe.

Meraviglioso il colloquio finale tra l’autore e il grande scrittore albanese Ismail Kadare, durante il quale viene affrontato il rapporto tra gli scrittori russi (e albanesi) durante la dittatura comunista di Stalin (e di Hoxha). “Noi abbiamo a disposizione soltanto parole, parole che tutti usano, parole spesso abusate, consumate, appesantite, cariche di significati perché qualche ideologia se n’è impadronita. Un violinista invece può creare una musica tutta sua, può far risuonare ogni nota come se fosse nuova”.