La Corte suprema della Federazione Russa ha decretato, il 9 aprile scorso, che l’associazione Memorial è una “organizzazione estremista”, con tutte le conseguenze del caso. La Russia chiude una delle ultime, e più prestigiose, associazioni indipendenti ormai sgradite al Cremlino da vari anni. Memorial, insignita con il Premio Nobel per la Pace nel 2022, fu fondata nel 1989 da un gruppo di dissidenti russi, tra cui Andrej Sacharov, quand’ancora esisteva l’Unione Sovietica.

Memorial nacque per svolgere attività di ricerca e di conservazione della memoria sui crimini sovietici, soprattutto in epoca staliniana. La sua proiezione verso la difesa dei diritti umani l’ha posta sempre più in una posizione rischiosa rispetto al potere di Vladimir Putin, che da anni persegue una politica di repressione di ogni voce libera e critica si levi dalla società russa.

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La battaglia sulla memoria, che è anche battaglia per la verità o per l’offuscamento di essa, è già stata intrapresa da tempo da parte delle associazioni più indipendenti, e di contrasto anche da parte di Putin.

Nel 2021 la Corte suprema russa aveva già condannato Memorial International e il Memorial Human Rights Center allo scioglimento in quanto accusati di violare la legge russa sugli “agenti stranieri”. Questo ha comportato la sopravvivenza in Russia solo di alcuni nuclei locali, dopo la chiusura forzata delle due organizzazioni più importanti.

Il 9 aprile 2026 la stessa Corte suprema torna ad occuparsi dell’associazione dichiarandola “estremista”: tutte le attività svolte da una qualunque associazione che si richiami a Memorial, può essere perseguita dalla legge russa. La memoria e la verità risultano così indigeste al potere russo da essere bollate come pericolose attività estremiste, al pari di un gruppo eversivo.

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Secondo quanto risulta ai media internazionali, la sentenza della Corte suprema russa è stata presa dopo un processo svolto a porte chiuse. Nessun avvocato difensore sembrerebbe essere stato ammesso, il tutto tenuto riservato al massimo livello di classifica.

Questi pericolosissimi (si fa per dire) attivisti, ricercatori, storici, intellettuali, svolgerebbero secondo il potere giudiziario di Mosca un’attività “anti-russa”, al punto da mettere in discussione le fondamenta dello Stato russo disgregandone i valori “storici, culturali, spirituali e morali”.

L’obiettivo di far cessare ogni attività in Russia da parte del Memorial Human Rights Center è stato raggiunto. Sopravvivono le associazioni residenti all’estero, su cui per fortuna non vale la legge russa, tra cui Memorial Italia.

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Il beffardo paradosso di queste decisioni giudiziarie, e politiche, può essere colto da tutti. Un’organizzazione nata per tutelare la memoria di un’epoca storica fondata sull’arbitrio totalitario (il Terrore stalinista) viene sciolta in un’altra epoca autoritaria della storia russa (quella attuale) con l’accusa di essere “estremista”. Chi persegue la verità sulla violazione dei diritti umani nel passato viene condannata oggi per estremismo, chiudendo così non solo la ricerca sul passato, ma ogni ipotetico problema nel presente. Una nuova forma di “terrore” oscurantista è tornata in terra di Russia.

La repressione è compiuta. Ovviamente, il giro di vite oppressivo ed autoritario all’interno del Paese coincide con l’aggressione all’Ucraina: ogni commento critico può avere gravi conseguenze. A Mosca, anche ricordare risulta ormai pericoloso.