Dal 16 giugno al 20 settembre di quest’anno è possibile visitare la mostra A.REST 1989 – Archivio video della Securitate presso il Museo Nazionale di Storia della Romania, a Bucarest. L’esposizione si basa su quanto rimasto della collezione di videocassette degli interrogatori condotti dalla famigerata Directiei Cercetări Penale din Securitate (Direzione Investigativa Criminale della Sicurezza) nel corso dell’ultimo anno della dittatura comunista di Nicolae Ceausescu.
La Securitate era la polizia segreta del regime, fondata nel 1948 allorché i comunisti rumeni presero il potere a Bucarest. Le sue attività di sorveglianza e di intimidazione, di repressione e di violenza, fornirono un essenziale contributo alla solidità del potere comunista. La pubblicistica rumena ha stimato un organico di circa 11 mila agenti negli anni di massimo fulgore, potendo avvalersi di una impressionante rete di informatori, come in tutti i regimi comunisti dell’Europa orientale. Stiamo parlando di circa mezzo milione di informatori, su una popolazione complessiva che nel 1989 ammontava a circa 23 milioni di persone: c’era dunque un informatore della polizia segreta ogni 46 abitanti.
La mostra abbina registrazioni video originali degli interrogatori condotti contro i sospettati e i detenuti politici, alla documentazione d’archivio sopravvissuta al crollo del regime. I curatori dell’iniziativa si sono concentrati sugli ultimi mesi della dittatura, formalmente conclusa con la fucilazione di Ceausescu e della moglie Elena il 22 dicembre 1989. L’obiettivo consiste nel ricostruire il meccanismo di repressione che la polizia segreta comunista applicava sui cittadini rumeni, al sistema di intimidazione e violenza psicologica e fisica riservato ad ogni potenziale nemico del regime.
Da un lato la Securitate metteva in pratica azioni di prevenzione contro i sospettati che, dopo il consueto interrogatorio e la sequenza di minacce intimidatorie, venivano posti sotto sorveglianza e controllo. Dall’altro operava la vera e propria repressione che, per quanto riguarda i casi politici ritenuti più gravi per la sopravvivenza del regime (la cosiddetta “propaganda ostile contro l’ordine statale”, o il tentato attraversamento illegale dei confini dello Stato) comportava la detenzione fino a 15 anni.
La mostra si concentra in particolare su tre casi personali relativi agli ultimi mesi di vita del regime, e l’impatto emotivo dell’allestimento risulta significativo. Vi è la ricostruzione di una cella dove stavano reclusi i prigionieri politici, con il suo stretto letto, una tazza e una ciotola di metallo. Attorno alla cella è possibile ascoltare o vedere i filmati degli interrogatori.
A.REST 1989 ha un valore simbolico nel voler ricordare le vittime del comunismo rumeno, ma anche un significato pedagogico e politico. In un’epoca di confusione e disinformazione, in cui la stessa Romania è immersa da qualche anno, la rievocazione dei soprusi di un’epoca autoritaria è meritoria soprattutto in riferimento alla fascia giovanile della popolazione rumena, che rischia di essere preda di interessate nostalgie o di avventuristiche suggestioni di segno politico diametralmente opposto. Entrambe le opzioni conducono ad una società fondata su valori autoritari, di cui l’Europa non ha alcun bisogno.
