Ricorre quest’anno il 70° anniversario della rivoluzione ungherese contro l’invasore sovietico. Nel 1956 la Russia comunista schiacciò nel sangue il tentativo di Budapest di aprire il proprio regime ai principi di libertà e indipendenza. In occasione delle celebrazioni di quest’anniversario, il 23 ottobre scorso il premier ungherese Péter Magyar ha tenuto un bellissimo discorso in piazza Kossuth a Budapest, davanti a migliaia di cittadini, ai rappresentanti di oltre 150 Stati esteri, nonché ai vertici delle istituzioni europee.

Riportiamo di seguito il testo integrale del discorso. Lungo, orgoglioso, emozionante, di taglio europeista. Da leggere

Discorso di Péter Magyar, primo ministro d’Ungheria, in occasione del 70° anniversario della rivolta ungherese contro la dittatura comunista e contro l’invasore sovietico

Budapest, 23 ottobre 2026

Cari compatrioti, ungheresi, ovunque vi troviate, entro o oltre i nostri confini. Cari ospiti, vi do il benvenuto in un’Ungheria libera, democratica, forte e, finalmente, davvero indipendente. Benvenuti.

Vi do il benvenuto in una nazione che ha conquistato la propria libertà e difeso la propria democrazia; una nazione più forte e più sovrana che mai, capace di guardare ai propri eroi con orgoglio e di affermare — come tutti noi possiamo affermare — che il loro sacrificio non è stato vano.

Saluto i nostri ospiti — capi di Stato, presidenti, primi ministri, ministri, alti funzionari e leader europei — giunti qui da ogni parte d’Europa e del mondo per unirsi a noi nella celebrazione di questo importante 70° anniversario, in onore degli eroi della libertà e del patriottismo ungheresi. Grazie per essere qui.

Un benvenuto particolare va a quegli eroi che hanno potuto vedere questo giorno: coloro che, a 70 anni dalla lotta per la libertà dell’Ungheria, sono qui a festeggiare insieme a noi. Rendo omaggio ai nostri eroi, a quelli che sono ancora tra noi, qui in patria o in ogni altra parte del mondo.

È un onore, a 70 anni di distanza, potervi dire di persona — a nome della nostra nazione, a nome di un’Ungheria libera e indipendente — che vi siamo grati per il vostro coraggio. Grazie per aver dimostrato di cosa siano capaci gli ungheresi quando si sostengono a vicenda e difendono la propria patria. Grazie, grazie, grazie.

Cari compatrioti, oggi — esattamente 70 anni dopo lo scoppio di quella che è stata forse la rivoluzione più significativa del XX secolo — ci ritroviamo qui, in piazza Kossuth.

Il 23 ottobre 1956, in questo Paese, in questa città e proprio in questa piazza, alcune centinaia di ungheresi — presto seguiti da milioni di altri — hanno fatto la storia del mondo. Settant’anni fa, in questo stesso momento, mentre marciavano a braccetto — dapprima gli studenti universitari, seguiti dagli operai, dalle madri, dagli adolescenti e dai ragazzi e le ragazze di Pest — non sapevano ancora, né avrebbero potuto sapere, cosa avrebbe riservato il minuto successivo, le ore seguenti, o i giorni e le settimane a venire. Non sapevano — non avrebbero potuto sapere — quanti di loro sarebbero finiti a emigrare, quante vite familiari sarebbero andate in frantumi, o quanti, alla fine, avrebbero dato la vita per la propria patria.

Eppure credo — credo davvero — che, anche se lo avessero saputo, non avrebbero scambiato il proprio destino con quello di nessun altro. Perché l’Ungheria che desideravano ardentemente quel pomeriggio — una patria libera, forte, sicura di sé e indipendente — era nata dentro di loro.

A braccetto, con grande dignità, marciavano verso piazza Kossuth: verso la rivoluzione e verso la storia. Percorrevano strade dove, per anni, era stato vietato non solo marciare, ma persino parlare o esprimere un’opinione diversa; eppure, sempre più persone si univano a loro, intrecciando le braccia, mentre a ogni angolo di strada nuove folle ingrossavano le loro file.

Quando giunsero in piazza Kossuth, erano diventati una moltitudine.

È interessante notare come, col senno di poi, ogni università rivendichi l’idea di essersi presa a braccetto. Immagino che sia la verità: ci sono momenti in cui lo stesso impulso nasce simultaneamente in migliaia di persone.

Le braccia intrecciate; il coraggio di uno rafforzava quello dell’altro. E, giunti in quella piazza, dichiararono all’unisono: “Questa è la nostra patria, e per essa siamo capaci di tutto”.

Non c’è nulla di più commovente, nulla di più edificante, del fatto che, esattamente 70 anni dopo, oggi possiamo trovarci qui, in questa piazza — in pace e in libertà — all’interno di un’Ungheria forte, autenticamente indipendente ed europea. Proprio in quella piazza — dove Imre Nagy, futuro primo ministro della rivoluzione, si rivolse per la prima volta al popolo ungherese da una terrazza; dove la folla, riappropriandosi della propria umanità, proclamò al mondo “noi non siamo compagni”; dove, due giorni dopo, il 25 ottobre — il “giovedì di sangue” della rivoluzione — una scarica di proiettili si abbatté su una folla pacifica che manifestava — in quella piazza, e in innumerevoli altri centri del Paese — a Baja, Tiszakécske, Mosonmagyaróvár, Salgótarján, Szabadszállás e in tanti altri luoghi ancora — ungheresi coraggiosi, amanti della libertà, hanno dato la vita per la propria patria.

Erano eroi, eppure erano persone comuni, proprio come noi.

Ed è esattamente qui che risiedeva la loro immensa forza. Ovunque si volgesse, in quei giorni, il regime oppressivo si ritrovava faccia a faccia con il proprio popolo.

Stimati compatrioti – ungheresi, entro e oltre i nostri confini – prima che la rivoluzione venisse schiacciata, abbiamo avuto 13 giorni. Tredici giorni puri, esaltanti, gloriosi, durante i quali il popolo ungherese ha scosso il mondo. Tredici giorni gloriosi in cui il popolo ungherese, come un sol uomo, ha dichiarato – ha gridato, ha proclamato – che i russi dovevano tornarsene a casa.

Ricordiamo questi 13 giorni: quel miracolo in cui, in mezzo a ore di paura, il terrore è semplicemente svanito dalla terra; in cui i “ragazzi di Pest” – sbucando dagli ingressi dei palazzi – hanno bloccato l’esercito più formidabile del mondo. Questi 13 giorni sono stati una rivoluzione della coscienza pulita. Dietro le vetrine infrante, gli oggetti di valore e i gioielli sono rimasti intatti.

Nelle cassette poste agli angoli delle strade si accumulavano i fiorini raccolti per le famiglie dei feriti; e nessuno, proprio nessuno, li toccava, perché a quei tempi l’onore era considerato ancora più sacro della vita stessa. Tredici giorni, a proposito dei quali Albert Camus scrisse: “L’Ungheria, schiacciata e in catene, ha fatto per la libertà e la giustizia più di qualsiasi altra nazione al mondo”.

La dittatura non era più in grado di soffocare la rivoluzione ungherese con le proprie forze. Per riuscirci, fu necessario l’esercito di un impero globale. Servirono carri armati sovietici, armi straniere e un’occupazione militare.

Nella gelida mattina del 4 novembre — con il sole che splendeva a una temperatura di un grado sopra lo zero — il sole sorse e il Szózat [l’inno patriottico ungherese, ndr] risuonò per la terza volta alla radio.

La terza esecuzione fu interrotta bruscamente. I vetri delle finestre tremarono sulle colline di Buda. Il rombo dei cannoni, che si faceva sempre più vicino, sovrastò le parole.

Per prima cosa, i carri armati sovietici bloccarono i ponti.

Poi, un disperato appello dell’Unione degli Scrittori fu trasmesso sulle frequenze di Radio Kossuth libera: “Il tempo stringe. Aiutate l’Ungheria; aiutate il popolo ungherese. Aiutate gli scrittori, gli studiosi, gli operai, i contadini e gli intellettuali ungheresi. Aiutate, aiutate, aiutate”.

Infine, l’ultimo messaggio dell’Agenzia di Stampa ungherese fu inviato al mondo libero: “Che Dio protegga le nostre anime”.

Dopodiché, Radio Kossuth libera — la voce della rivoluzione — tacque per sempre.

La capitale fu travolta dal crepitio degli spari, dal rombo dei cannoni e dal frastuono degli aerei, mentre il mondo — Europa inclusa — rispose con un silenzio agghiacciante. La voce della libertà ungherese fu soffocata, mentre il mondo libero restava a guardare, paralizzato e in silenzio.

Una forza militare soverchiante può aver schiacciato la nostra rivoluzione; possono aver giustiziato il nostro Primo Ministro martire, e aver imprigionato o ucciso gli eroi della rivoluzione. Ma la consapevolezza — che siamo capaci di unirci e di prendere il nostro destino nelle nostre mani, che siamo capaci di qualsiasi cosa per il bene di questa meravigliosa patria — non ci potrà mai più essere sottratta. Mai, da nessuno.

Amici miei, il 23 ottobre e nei gloriosi giorni che seguirono, il popolo ungherese ha fatto la storia del mondo. Ha piantato il primo — e forse il più significativo — chiodo nella bara del comunismo.

Sì, il regime è sopravvissuto per altri decenni, continuando a rovinare vite, a separare famiglie e a disperdere intere generazioni.

Ma dopo la Rivoluzione ungherese – dopo il 1956 – nessuna persona perbene ha più potuto sostenere che questo sistema, il comunismo, servisse la libertà, parlasse a nome dei lavoratori o governasse per volontà del popolo; perché qui, in Ungheria, sono stati proprio i lavoratori a insorgere contro di esso. Qui, il popolo – il popolo voluto da Dio – ne ha preteso la fine.

E il potere che aveva promesso la libertà ha risposto a quella richiesta di libertà con i carri armati. Da quel momento in poi, nessuna menzogna ha più potuto celare questa verità.

Miei concittadini, dopo la rivoluzione, il regime non si è accontentato; ha cercato vendetta. Ha puntato a distruggere la verità e a spezzare definitivamente le braccia di chi si era unito. Volevano che gli ungheresi si guardassero l’un l’altro con sospetto, che ognuno vivesse nella paura: solo, a capo chino.

Tutto ciò che accadde il 16 giugno 1958 divenne un simbolo sanguinante di questa vergogna.

All’alba del 16 giugno 1958, Imre Nagy, Pál Maléter e Miklós Gimes furono giustiziati nel cortile del piccolo carcere di Budapest. In precedenza, Géza Losonci aveva perso la vita tra le mura della stessa prigione.

E appena poche settimane prima di queste esecuzioni, era stato impiccato József Szilágyi. Prima di morire, Miklós Gimes apportò una sola, sostanziale correzione al verbale del proprio interrogatorio: laddove veniva accusato di atti contro la democrazia e il governo, fece cancellare dal documento una parola: “democrazia”.

Era pronto ad accettare la morte che lo attendeva. Poteva accettare di pagare con la vita l’essersi opposto a Kádár e al suo regime, ma non poteva sopportare l’idea che, dopo la sua morte, qualcuno potesse credere che avesse combattuto contro la democrazia. Ci ha lasciato un messaggio; voleva che sapessimo che ha dato la vita per un’Ungheria indipendente e democratica. E poi, miei cari compatrioti, giunse l’alba. Le autorità si accinsero a compiere la loro vendetta.

Possiamo vederli ora, mentre escono dalle loro celle alle cinque del mattino, allo spuntar del giorno. Imre Nagy, il Primo Ministro della Rivoluzione. Pál Maléter, Ministro della Difesa. Miklós Gimes, giornalista.

Li vediamo percorrere quei pochi passi nel cortile della prigione. Vediamo le tre travi di legno. Vediamo le tre travi di legno. Udiamo le parole affrettate con cui il giudice ha segnato il loro destino. Temevano questi eroi persino sul patibolo. Osserviamo le lancette dell’orologio che scorrono.

Alle 5:09 del mattino, la vita di Imre Nagy si è spenta. Pochi minuti dopo, quella di Pál Maléter, seguita da quella di Miklós Gimes.

Assistiamo allo scempio: nel cortile del carcere, i loro corpi vengono sepolti in una fossa senza contrassegni. Vediamo il terrore che, tre anni più tardi, ha portato a trascinarli – nel massimo segreto – nel Lotto 301 del Nuovo Cimitero Pubblico; avvolti in carta catramata, a faccia in giù, con le mani legate dal filo di ferro, e sepolti in tombe contrassegnate da nomi falsi.

Che ignobile bassezza – e, al contempo, che grave errore di calcolo.

Credevano che, avvolgendo i loro corpi nella carta catramata e celando le tombe sotto nomi falsi, avrebbero potuto distruggere tutto ciò per cui quegli uomini erano morti. Hanno potuto togliere loro la vita e nascondere i loro resti, ma quella parola che Gimes aveva sottolineato – democrazia – e la visione di una patria libera, sognata da tante vittime delle rappresaglie, non potranno mai essere cancellate da nessuno.

Dal regno dei morti, hanno inviato un messaggio anche a noi: hanno dato la vita per un’Ungheria indipendente e democratica.

E oggi, a 70 anni dalla rivoluzione, possiamo rispondere loro a testa alta. Comprendiamo il loro sacrificio, custodiamo la libertà per cui hanno combattuto e non permetteremo mai – mai più – che questa patria venga calpestata.

Gli eroi del 1956 ci hanno lasciato in eredità anche qualcos’altro.

Dal 1956, ogni leader ungherese – ripeto, ogni leader ungherese – deve comprendere che il proprio potere non potrà mai essere più importante della libertà del proprio Paese. Per chiunque cerchi sostegno a Mosca – o altrove – contro il proprio popolo, il 1956 funga da severo monito.

Il 1956 sia un avvertimento contro l’affidarsi all’appoggio straniero.

Si può mantenere il potere per un certo tempo, ma l’anelito del popolo ungherese alla libertà non potrà mai, in alcun modo, essere spezzato.

Nessun leader ungherese può gettare al vento il sacrificio di sangue del 1956 in cambio di accordi economici effimeri o alleanze dubbie.

Chiunque, dopo il 1956, cerchi di giustificare un aggressore o subordini la nazione agli interessi di un impero straniero, non ha compreso nulla del messaggio del 1956. Che si trovi a Budapest o su una terrazza a Parigi.

Compagni di esilio, in seguito alla repressione della rivoluzione, masse di ungheresi furono costrette a partire.

Lasciarono la propria casa, la propria famiglia: tutto ciò che, fino a quel momento, aveva costituito la loro vita. Tra loro c’erano i miei nonni che, temendo ritorsioni, avrebbero potuto benissimo mettersi in cammino verso il mondo libero. Se oggi mi trovo qui davanti a voi, come Primo Ministro del Paese più meraviglioso del mondo, lo devo a una decisione presa da mia nonna. Dopo aver preparato le valigie, guardò mio nonno – che aveva sposato appena un mese prima della rivoluzione – e disse semplicemente: “Caro Palkó, non posso lasciare questo posto”. È, in parte, grazie a questa scelta – a questo amore per la propria terra – che oggi posso essere qui con voi.

Eppure, ce ne furono molti altri – centinaia – che non ebbero altra scelta se non quella di partire. Se ne andarono con i figli piccoli tra le braccia e pesanti fardelli, lasciandosi tutto alle spalle, attraversando il “confine verde” e superando campi minati per raggiungere il mondo libero.

Oggi, mentre i leader di molte nazioni si uniscono a noi nei festeggiamenti, desidero esprimere la mia gratitudine – a nome della nazione ungherese – a voi e ai vostri popoli.

Ringraziamo tutti coloro che hanno accolto i nostri connazionali, che hanno aperto le proprie scuole ai bambini ungheresi, che hanno offerto lavoro ai loro genitori e che sono rimasti al loro fianco come amici.

È una gioia e un onore ospitare, qui in un’Ungheria libera, i rappresentanti di quelle nazioni che un tempo offrirono una casa agli ungheresi costretti ad abbandonare la propria terra.

Grazie: il 1956 rimane una stella polare, e non solo nel cielo sopra l’Ungheria. La sua luce è arrivata ben oltre le strade di Pest, raggiungendo anche l’ungherese più umile, fino ai villaggi più remoti.

Ha brillato oltre i confini chiusi, oltre la Cortina di Ferro, al di là di mari e oceani, fino a terre lontane. Ha raggiunto continenti distanti – persino persone che, fino ad allora, conoscevano a malapena il nostro nome – le quali, proprio in quei giorni, hanno imparato cosa significhi essere ungheresi.

Questa luce ha continuato a risplendere, sopravvivendo ai decenni di dittatura.

È giunta fino alle nuove generazioni, a un nuovo secolo e persino al nuovo millennio. È passato dai nostri nonni ai nostri genitori, da loro a noi e, attraverso di noi, giunge ai nostri figli; poiché racchiude qualcosa per ogni generazione: il coraggio di mettersi in cammino, la fede nel restare uniti e la forza, per ciascuno, nel proprio tempo, di conquistare e preservare la propria libertà.

Stimati concittadini, cari amici riuniti nel ricordo!

Il 15 marzo di quest’anno, nel mio discorso, ho ricordato che degli eroi hanno dato la vita per questo Paese, per ogni sua singola parte. Oggi possiamo finalmente esprimere l’altra metà di quella verità: che non lo hanno fatto invano.

La lotta e il sacrificio non sono stati vani.

Eccoci qui, in tanti, come liberi cittadini ungheresi in quella che oggi è un’Ungheria forte, democratica e indipendente.

Il sacrificio di Árpád Brusznya – filologo classico e insegnante di liceo – non è stato vano; come rivoluzionario a Veszprém, ha agito con quello stesso senso di responsabilità verso il prossimo che aveva sempre dimostrato nel suo ruolo di educatore. Ha protetto i giovani, si è opposto alla violenza e ha mantenuto intatta la propria umanità anche nei giorni più bui della rivoluzione. In cambio della sua umanità, il regime disumano lo ha giustiziato all’età di 34 anni.

E non è stato vano nemmeno il martirio di Erika Szeles, l’adolescente dai capelli rossi e il volto lentigginoso, la cui fotografia fece il giro del mondo, diventando un simbolo della libertà ungherese. Si unì agli insorti e salvò delle vite. In piazza Blaha Lujza, mentre cercava di soccorrere un compagno ferito, fu aggredita da un soldato sovietico che le scaricò contro un’intera raffica di proiettili. La ragazza morì all’istante. Quando la sua immagine si diffuse in tutto il mondo, lei non c’era già più.

E non è stato vano nemmeno il sacrificio di Péter Mansfeld, un giovane studente di una scuola professionale che, a soli 15 anni, si unì agli insorti in piazza Széna – nel gruppo guidato da “zio Szabó” – e proseguì la resistenza anche dopo che la rivoluzione era stata stroncata. Il regime, ebbro del proprio trionfo e assetato di vendetta, attese che compisse 18 anni – che raggiungesse la maggiore età – per poterlo giustiziare. Fu la vittima più giovane a essere messa a morte durante le rappresaglie. Egli apparteneva a quei “ragazzi e ragazze di Pest”, eroi che finirono per incarnare lo spirito di libertà e l’amore per la patria.

Credo che oggi loro – insieme a tutti gli altri eroi, noti e ignoti – ci stiano guardando; vedono questa piazza, le bandiere ungheresi e le generazioni di ungheresi che festeggiano insieme, in pace e in libertà.

Credo che sarebbero orgogliosi dell’Ungheria di oggi, e degli ungheresi di oggi. Sarebbero orgogliosi di noi, e noi potremmo dire loro con fierezza: “Guardatevi intorno: la rivoluzione ha trionfato”. Il vostro sacrificio, il vostro coraggio e la vostra dedizione non sono stati vani.

Hanno dato tutti la vita per una patria libera, indipendente e democratica. Chiedevano il ritiro delle truppe sovietiche, elezioni libere e segrete, il diritto di sciopero, una magistratura indipendente e la liberazione di coloro che erano stati condannati ingiustamente per motivi politici. Chiedevano la libertà di parola e una stampa libera.

Hanno combattuto affinché potessimo presentarci al mondo a testa alta, come una nazione pari a qualsiasi altra.

E oggi, i leader di altre nazioni libere sono qui con noi, unendosi alla celebrazione della libertà ungherese e rendendo omaggio al loro eroismo.

Hanno combattuto anche perché i simboli della tirannia svanissero e perché potessimo tornare a indossare con orgoglio i nostri colori nazionali. Ora, guardatevi intorno in questa piazza. Osservate le bandiere ungheresi, le famiglie, le generazioni che ricordano e festeggiano insieme.

I nostri eroi.

I nostri eroi hanno cercato giustizia per chi era stato condannato ingiustamente.

Sono dovuti passare decenni, ma 37 anni fa è finalmente giunto il giorno in cui l’onore dei perseguitati è stato ripristinato; un giorno in cui un’intera nazione ha potuto accompagnare i propri martiri — un tempo sepolti in tombe anonime, spesso con mani e piedi legati insieme da fili metallici — nel loro ultimo viaggio.

Il 16 giugno 1989.

Oggi insegniamo ai nostri figli i nomi di questi eroi.

Le nostre strade, le nostre piazze e le nostre scuole ne custodiscono la memoria.

Nel 1956, chiedevano anche che il lavoro fosse tenuto in grande considerazione; che agricoltori, operai e insegnanti potessero prosperare; e che ogni ungherese potesse sentirsi libero nella propria patria, capace di progettare il proprio futuro con fiducia.

Portiamo avanti questa eredità, costruendo un Paese in cui la libertà si accompagni a condizioni di vita dignitose, rispetto e opportunità.

Cari concittadini, nel commemorare il 23 ottobre anno dopo anno – e nel raccontare ai nostri figli, più e più volte, la gloriosa storia di quei giorni – è impossibile non notare quanto fossero spalancate le porte della rivoluzione e quanto sia ricca l’eredità di quegli eroi ai quali dobbiamo, oggi, la nostra stessa presenza qui.

Qui, Ilona Tót, István Angyal, Antal Pálinkás-Pallavicini, Miklós Gimes, Mária Wittner, József Szilágyi, Sándor Rác e István Bibó hanno combattuto per noi, tutti insieme. E qui hanno combattuto anche Zoltán Tüldi e il principe primate József Mindszenty.

Giovani e anziani, uomini e donne, dall’interno dei nostri confini e da oltre, persone di destra e di sinistra; dall’umile addetto ai trasporti fino al ministro del governo.

Che provenissero da Salgótarján, Szeged, Miskolc, Óvár, da piazza Széna o dal vicolo Corvin.

Chi potrebbe essere così miope da voler, a settant’anni di distanza, creare una frattura tra coloro che un tempo marciarono a braccetto?

Chi tenta di soppesare e misurare chi meriti la nostra gratitudine, o chi abbia diritto a un posto nella memoria della nazione, non ha compreso la rivoluzione.

Così come non comprende l’Ungheria chi divide i propri concittadini in “degni” e “indegni” – in “veri” e “non veri”, o addirittura “estranei”. Amici miei, un anno fa, di questi tempi, vi invitai a immaginare – a visualizzare – un futuro in cui, il 23 ottobre dell’anno successivo, avremmo potuto celebrare insieme, come una nazione coesa, sorridendoci l’un l’altro.

Abbiamo immaginato un’Ungheria in cui tutti potessimo trovare una casa sotto la bandiera rosso-bianco-verde; un luogo in cui lasciarci alle spalle tutto ciò che alimenta artificialmente l’odio o ci divide. Immaginavamo di celebrare il 23 ottobre in un Paese libero, funzionale e umano; un momento, finalmente giunto, in cui poter guardare al passato con serenità e animo lieto.

Questo è ciò che desideravano i nostri eroi; questo è ciò che desidererebbero oggi. István Angyal, il comandante di via Tűzoltó – giustiziato all’età di 30 anni – ne scrisse nel suo ultimo messaggio. Cito le sue parole: «Dovete vivere, ridere con tutto il cuore, perché è così che anche noi avremmo voluto vivere». Forse non ci rendiamo nemmeno pienamente conto del privilegio di cui godiamo oggi, potendoci riunire qui e festeggiare a testa alta. Forse non comprendiamo appieno cosa significasse – nel 1966, al decimo anniversario – collocare una candela o un lumino alla finestra, o rivolgere una preghiera sussurrata. Forse non afferriamo del tutto il significato che ebbero il ventesimo o il trentesimo anniversario durante i decenni del regime di Kádár: un’epoca in cui le vedove e i figli dei martiri dovevano convivere con il proprio dolore, subendo al contempo le menzogne insegnate nelle scuole, trasmesse alla radio e stampate sui giornali; menzogne che infangavano tanto i loro cari quanto la Rivoluzione stessa.

Al quarantesimo anniversario, nel 1996, fu finalmente possibile commemorare liberamente. Si poteva mettere una candela alla finestra o stare accanto alla bandiera nazionale. Eppure, nel 2006 – al cinquantesimo anniversario – la nazione celebrò rimanendo dolorosamente divisa. E persino nel 2016, sessant’anni dopo, in quanti abbiamo desiderato il giorno in cui avremmo potuto ritrovarci davvero uniti per rendere omaggio ai nostri eroi?

Per lunghi anni ci è stata raccontata la menzogna secondo cui la nazione – e tutto ciò che è nazionale – appartenesse esclusivamente a una parte; che gli «altri» ungheresi non fossero compatrioti, bensì nemici; e che la bandiera, lo stemma, la coccarda e la memoria del 1956 appartenessero soltanto a uno schieramento politico.

Ora tutto questo è finito. Nessuno ha più il diritto di monopolizzare la libertà, e nessuno ha più il diritto di escludere dall’ambito dell’identità ungherese coloro che vedono il mondo in modo diverso.

Cari compatrioti ungheresi, a 70 anni da quei 13 giorni miracolosi che scossero il mondo, oggi, come cittadini di un’Ungheria libera, tocca a noi esercitare la nostra libertà e lavorare per questa meravigliosa patria.

Sappiamo cosa c’è da fare.

L’Ungheria non è un “paese-traghetto” che va alla deriva; non può limitarsi a fluttuare, impotente, tra Est e Ovest. Nel 1956, il popolo ungherese ha compiuto una scelta chiara. Noi apparteniamo a un’Europa libera e democratica.

Vogliamo essere alleati affidabili, che siedono al tavolo comune a testa alta, non avventurieri che si isolano attraverso ricatti o accordi separati dettati dal proprio tornaconto. Puntiamo a diventare una nazione forte e indipendente — affidabile verso i propri alleati, saggia e lungimirante — capace di superare anche i pericoli nuovi, forse senza precedenti, che emergono nel cuore dell’Europa.

Ciò richiede coraggio, consapevolezza e la lucida comprensione che condividiamo una responsabilità collettiva verso la nostra patria comune.

Stimati compatrioti!

Settant’anni fa, al popolo ungherese furono concessi solo 13 giorni di libertà.

Una forza soverchiante ha schiacciato quel miracolo. A noi, tuttavia, è stata data l’opportunità di proseguire. Ci siamo ripresi la nostra patria.

Ma nessuno dimentichi: la vittoria non è il fine ultimo, è solo un mezzo. La libertà non è qualcosa da celebrare in un solo giorno; è una responsabilità da portare con sé nella vita quotidiana. In questo anniversario del 1956, dinanzi alle tombe degli eroi della rivoluzione, giuriamo solennemente che non useremo mai il potere che abbiamo ottenuto contro il nostro stesso popolo.

Giuriamo che, per noi, governare non significa dominare, bensì servire. Ci impegniamo a restituire credibilità alle parole. Il denaro pubblico tornerà a essere proprietà della comunità e la legge tornerà a valere, in egual misura, per tutti.

Non scaveremo nuove trincee tra gli ungheresi. Non creeremo nuovi nemici.

La libertà è qualcosa di più del semplice non dover chinare il capo sotto il dominio di un’altra nazione. Significa anche che possiamo tornare a vivere nella nostra patria a testa alta.

Il nostro compito, ora, è far sì che ogni ungherese possa sperimentare tutto ciò nella propria vita.

Dobbiamo garantire che i neonati abbandonati negli ospedali trovino famiglie amorevoli e che chi soffre il freddo nelle proprie case abbia i mezzi per riscaldarle.

Dobbiamo assicurare che le donne vittime di abusi ricevano una protezione tempestiva, che i pazienti in attesa di un intervento chirurgico ottengano cure rapide e che i nostri figli possano studiare in scuole sicure e di qualità, dotate di un numero adeguato di insegnanti e di condizioni idonee all’apprendimento. Dobbiamo fare in modo che le istituzioni statali lavorino per noi – per i cittadini – e che le nostre tasse contribuiscano ad accrescere il benessere comune. Dobbiamo garantire che la legge tuteli i nostri fiumi, i nostri terreni agricoli e la nostra aria dagli impianti industriali tossici; e dobbiamo impegnarci a guardarci l’un l’altro con fiducia, risolvendo i nostri disaccordi attraverso il confronto ragionato. Questo è, oggi, il nostro obiettivo collettivo: trasformare la libertà che abbiamo conquistato in sicurezza, dignità e opportunità per ogni ungherese.

A settant’anni dal 23 ottobre 1956, vi chiedo: torniamo a unirci. Ritroviamoci, ungheresi. Facciamo spazio accanto a noi a chi proviene da un percorso diverso, a chi la pensa in modo differente e a chi, magari, sta muovendo proprio ora i primi passi verso di noi. Dopotutto, abbiamo così tanto da realizzare insieme; e che meraviglia sarebbe, un giorno, voltarsi a guardare questi anni e sapere che, finalmente, abbiamo colto l’opportunità.

Che meraviglia sarebbe lasciare ai nostri figli un Paese di cui possano andare fieri: un Paese di cui tutti noi possiamo essere orgogliosi.

Settant’anni fa, centinaia di migliaia di ungheresi giunsero qui, a braccetto.

Oggi, procediamo con la stessa determinazione, lo stesso amore per la nostra patria e la stessa speranza che la libertà, conquistata insieme, può offrire.

Questa è la nostra patria, e per essa siamo capaci di tutto; perché non rinunceremo mai più, nemmeno per un istante, alla libertà che ci siamo guadagnati.

Viva la libertà ungherese! Onore e gratitudine a tutti gli eroi della Rivoluzione e della Guerra d’Indipendenza del 1956! Viva un’Ungheria libera, democratica e, finalmente, davvero indipendente! Gloria Victis.