Dopo la tensione accumulata nelle ultime settimane tra Polonia e Ucraina, che sta incrinando i rapporti tra i due Paesi europei a causa di controversie storiche riaccese e portate a livelli inusuali di polemica, quattro cardinali cattolici polacchi e il capo della Chiesa greco-cattolica ucraina hanno condiviso una dichiarazione congiunta rivolta ai loro due popoli per “disarmare il linguaggio”, avviare una riconciliazione e proseguire il cammino del dialogo avviato sotto la guida e con la benedizione di San Giovanni Paolo II, per non rimanere schiavi del passato.
La disputa è esplosa a seguito della decisione del Presidente Zelensky di intitolare un’unità militare ucraina agli “eroi dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA)”. Per gli ucraini l’UPA è un simbolo della lotta per l’indipendenza dall’Unione Sovietica, mentre per i polacchi l’UPA è ritenuta responsabile dello sterminio di circa 100 mila civili di nazionalità polacca.
Il Presidente polacco Nawrocki, molto sensibile ai sentimenti anti-ucraini che serpeggiano nella sua società, ha così revocato l’onorificenza dell’Ordine dell’Aquila Bianca conferito a Zelensky nel 2023, il quale, a sua volta, dopo averla rispedita indietro ricordando come essa sia stata data anche a Benito Mussolini o alla zarina Caterina Il, non ha partecipato alla Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina che si è svolta in Polonia pochi giorni fa.
La dichiarazione, pubblicata sul sito dell’episcopato polacco e su quello della Chiesa ucraina, è stata concordata in occasione del recente Concistoro tenutosi a Roma.
Una voce comune sulla questione delle relazioni polacco-ucraine
Roma-Kiev, 29 giugno 2026
In unità con il Santo Padre Leone XIV, il primo anno di pontificato del quale è segnato da un impegno tenace per la costruzione della pace fondata sul bene comune e da una decisa opposizione alla guerra in tutte le sue dimensioni — dai rapporti tra i popoli e dai conflitti all’interno degli Stati fino alle tensioni sociali — eleviamo la nostra voce dei cardinali originari dalla Polonia e dall’Ucraina riuniti in concistoro, chiamati a portare una responsabilità particolare per la comunità della Chiesa e a sostenere il ministero del Successore di san Pietro. Lo facciamo insieme al nostro fratello, l’Arcivescovo Maggiore di Kyiv-Halych della Chiesa greco-cattolica ucraina, consapevoli che la questione della riconciliazione tra polacchi e ucraini non riguarda soltanto i rapporti tra i due popoli, ma anche la credibilità della nostra comune testimonianza cristiana.
Seguendo l’esempio di Papa Leone XIV, siamo convinti che il primo passo verso la pace sia il disarmo del linguaggio. Questo vale non solo per le parole, ma anche per i gesti, i segni e i simboli. Anch’essi possono ferire, chiudere la strada all’incontro e generare paura. Il Santo Padre ricorda che la pace è «disarmata e disarma», e la costruzione del bene comune richiede un linguaggio evangelico: chiaro, ma non umiliante; coraggioso, ma non aggressivo; veritiero, ma tale che non sbarra la via del perdono.
Con dolore osserviamo la crescita della tensione reciproca e il riaffiorare dei sentimenti di ostilità tra polacchi e ucraini. Ancora più doloroso è il fatto che ciò accade mentre l’Ucraina continua a sperimentare gli orrori della guerra e la Polonia ha dimostrato negli ultimi anni grande solidarietà con milioni di sorelle e fratelli ucraini. È particolarmente doloroso che questo avvenga proprio nel momento in cui i cattolici ucraini celebrano il 25° anniversario dello storico viaggio in Ucraina del Papa che era polacco.
in questo contesto, torniamo alle parole del Santo Padre Giovanni Paolo Il scritte nella sua lettera in occasione del 60° anniversario di quelli che egli stesso definì gli eventi tragici della Volinia. Queste parole meritano di essere meditate da tutti gli uomini di buona volontà, e per noi, cattolici di diversi riti e popoli, devono diventare modello e norma di comportamento, anche nel nostro approccio alle questioni storiche. Il Papa scriveva tra l’altro:
«Nel turbine del secondo conflitto mondiale, quando più urgente sarebbe stata l’esigenza di solidarietà e di aiuto reciproco, l’oscura azione del male avvelenò i cuori, e le armi fecero scorrere sangue innocente. Ora (…) è venuto affermandosi nell’animo della maggioranza dei polacchi e degli ucraini il bisogno di un profondo esame di coscienza. Si avverte la necessità di una riconciliazione che consenta di guardare al presente e al futuro con occhi nuovi. Questa provvida disposizione interiore mi sospinge ad elevare al Signore sentimenti di gratitudine, mentre mi unisco spiritualmente a quanti ricordano nella preghiera tutte le vittime di quegli atti di violenza.
Il nuovo millennio, da poco iniziato, esige che ucraini e polacchi non restino prigionieri delle loro tristi memorie, ma, considerando gli eventi passati con uno spirito nuovo, si guardino l’un l’altro con occhi riconciliati, impegnandosi ad edificare un futuro migliore per tutti» (Vaticano, 7 luglio 2003).
Questo appello di san Giovanni Paolo Il ai due popoli a lui cosi cari, con la grande partecipazione delle Chiese, fu ascoltato e raccolto da polacchi e ucraini. Alle nostre spalle ci sono anni di preghiere, incontri, lettere congiunte (2005), dichiarazioni (2013) e messaggi (2023), nonché cooperazione nell’assistenza ai profughi e ai bisognosi. Questa eredità è un grande impegno ricevuto da coloro che prima di noi hanno avuto il coraggio di dire la verità senza disprezzo e odio, di esortare alla conversione, di chiedere umilmente perdono e di perdonare con coraggio, tendendo la mano della riconciliazione nonostante ferite ancora aperte e dolorose.
Ecco perché oggi, quando emergono nuove tensioni e la sfiducia torna a crescere, le parole del Papa della suddetta lettera risuonano con nuova forza:
«Come Dio ha perdonato a noi in Cristo, così occorre che i credenti sappiano vicendevolmente perdonare le offese ricevute e chiedere perdono per le proprie mancanze, al fine di contribuire a preparare un mondo rispettoso della vita, della giustizia, nella concordia e nella pace. I cristiani (…) sono chiamati a riconoscere le deviazioni del passato per risvegliare le proprie coscienze di fronte ai compromessi del presente, aprendo l’animo ad una autentica e durevole conversione» (Vaticano, 7 luglio 2003).
Siamo consapevoli che la conversione inizia dal proprio cuore. Il Papa chiama ciascuna e ciascuno di noi — polacchi e ucraini — alla conversione personale, e non a giudicare gli altri. Possiamo chiamare l’altro alla conversione solo se noi stessi, con umiltà, riconosciamo le proprie colpe.
Siamo consapevoli che la conversione è diversa dal compromesso, perché ha inizio nei nostri cuori. Ripetiamolo: il Papa ci chiama a una conversione personale, non ad accusare gli altri. Possiamo esortare i nostri fratelli alla conversione soltanto quando riconosciamo umilmente le nostre stesse colpe.
Siamo convinti che per un cristiano la conoscenza della verità sia un compito che va sempre di pari passo con l’amore per il prossimo. La memoria del passato è un elemento importantissimo per l’identità di ogni comunità umana. Seguendo il Santo Padre Francesco, vogliamo ricordare che «nella vita quotidiana di ogni individuo, come di ogni società, vi sono però due tipi di memoria: buona e cattiva, positiva e negativa. La memoria buona è quella che (…) loda il Signore e le sue opere grandi. La memoria negativa è invece quella che tiene lo sguardo della mente e del cuore ossessivamente fissato sul male, anzitutto su quello commesso dagli altri» (Cracovia, 27 luglio 2016).
Sentiamo il dovere di non abbandonare il cammino comune iniziato con la benedizione di san Giovanni Paolo II, ma di percorrerlo con pazienza e coraggio. Troppe cose uniscono i nostri popoli perché ci potessimo permettere che la comune eredità vada dispersa.
Imponendo agli altri una visione particolare del passato e del futuro, ci arrendiamo alla cultura della violenza e della forza che oggi domina. Insieme al Santo Padre Leone XIV, esortiamo tutti a pensare in termini di bene comune e non solo di interessi privati. Il Vangelo in cui crediamo ci insegna che il rimedio al peccato è il perdono, e che il limite che Dio ha posto al male è la misericordia.
+ Cardinale Mykola Bychok, C.SS.R
+ Cardinale Konrad Krajewski
+ Cardinale Kazimierz Nycz
+ Cardinale Grzegorz Rys
+ Arcivescovo Maggiore della CGCU Sviatoslav Shevchuk
