Contende con Il Flauto magico di Mozart il primo posto nella classifica delle opere liriche più rappresentate al mondo negli ultimi trent’anni. La Traviata di Giuseppe Verdi torna all’Arena di Verona, come opera inaugurale dell’edizione 2026 dell’Arena Opera Festival. Un grande spettacolo quello che ha dato avvio alla 103° stagione lirica veronese, ben allestito dal regista scozzese Paul Curran e molto applaudito dal pubblico dell’Arena.

Come noto, Giuseppe Verdi trasse l’ispirazione per la sua storia dall’opera teatrale La signora delle camelie di Alexandre Dumas (figlio), a sua volta ispirata ad una reale cortigiana parigina, Marie Duplessis, legata per un periodo con una relazione sentimentale allo scrittore francese. Siamo nella Francia della seconda metà dell’Ottocento, durante la quale la borghesia si afferma definitivamente come classe dominante, con i suoi valori e il suo stile di vita. Parigi è la città europea più sfavillante, spregiudicata, all’avanguardia. Un imperatore di nome Napoleone è tornato a regnare la Francia, dopo essere stato Presidente della Repubblica e dopo aver ordito un colpo di stato contro sé stesso: invece di dimettersi come Presidente come previsto dall’ordinamento repubblicano, ha cambiato regime restaurando l’impero e rimanendo al potere.

Mettere in scena l’opera più rappresentata al mondo è sempre una sfida molto impegnativa: troppi sono i confronti a cui vengono inevitabilmente sottoposti i cantanti, gli scenografici, i costumisti, i registi. Il rischio di scelte ritenute banali o troppo ardite è sempre dietro l’angolo. E una delle principali sfide risiede proprio nell’ambientazione nella quale il regista intende calare l’opera, alla ricerca di soluzioni che spesso si propongono più di stupire il pubblico ammantandola sotto chissà quale estrosa trovata, piuttosto che congegnare una ideazione registica rispettosa dell’opera ma originale nella sua interpretazione. Abbiamo già visto, per esempio, Assiro-Babilonesi vestiti da ufficiali asburgici, molto ridicoli a pronunciare le parole del libretto in quelle condizioni.

Ebbene, la sfida affrontata dal regista Paul Curran è stata superata a pieni voti. L’ambientazione della sua Traviata è la Parigi del Moulin Rouge, delle Folies Bergère, del can-can e delle feste spensierate e trasgressive. In questa Parigi si muove come protagonista Violetta Valéry, cortigiana ammirata e desiderata, dedita ad una vita nella quale il piacere si vive, e si recita pure.

Va subito detto che una buona parte della riuscita dello spettacolo messo in scena da Curran all’inaugurazione dell’Arena Opera Festival risiede nell’interpretazione offerta dalla giovane soprano Martina Russomanno, nativa di Livorno. La sua Violetta si è mostrata per tutta l’opera intensa ed emozionante. Bella voce e bella recitazione. Qualche riserva la nutriamo per il tenore che interpretava Alfredo Germont, a volte involontariamente apparso quasi come qualcuno simile a un bamboccione bastonato.

Altra bella voce è quella del baritono mongolo Enkhbat Amartuvshin, che sul palcoscenico ha interpretato il padre di Alfredo, quel Giorgio Germont all’origine di tutto il dramma nel rapporto tra il figlio e Violetta. Bella voce ma un po’ rigido nella recitazione, anche se il personaggio imponeva una sua rigidità di postura.

I costumi risultano essere molto ricercati, le scene si presentano imponenti ed efficaci, con tanto di mulino e di elefante. La regia di Curran sicura e movimentata, come la vita frenetica della Parigi avviata alle luci della Belle Epoque nella quale trova la morte Violetta e il suo amore senza speranza.