Non poteva essere rappresentato in altro modo. Lo Zar (2026) di Stefano Massini è un testo teatrale interamente circoscritto ad un monologo, e lo zar altro non è che Vladimir Putin. Un uomo come il Presidente della Federazione Russa, quello vero, non sa dialogare, ordina, la sua vita è un monologo, e l’autore è stato conseguente.
Tanto per chiarire come stanno le cose, lo Zar ci informa sin dalle prime pagine del testo che “in due anni ero diventato bravissimo a spezzare le ossa. Il migliore”. Aveva imparato il Sambo, e ci tiene a precisare che è diventato il migliore a fracassare le ossa altrui, con una determinazione che si esprime con una orgogliosa imperturbabilità.
Dopo l’ingresso nei servizi segreti dell’Unione Sovietica, il famoso e famigerato KGB, il suo addestramento perdura nel tempo, e la sua impazienza cresce. “Pensai: mi avete chiesto oltre alla laurea, al tedesco e al Sambo, di specializzarmi in relazioni umane. Bene. Obiettivo raggiunto. Cosa volete ora? Cosa mi manca, adesso?”. Insomma, le relazioni umane sono talmente poco compatibili con sé stesso da farne diventare un addestramento analogo alle arti marziali.
Finalmente gli arriva la destinazione: ufficio del KGB a Dresda, nella Germania Orientale. Ma a Mosca si insedia al potere Gorbaciov, di cui Putin non sopporta la politica intrapresa, financo la sua stessa voce gli risulta intollerabile. “Erano i primi segni di una malattia di cui adesso vedevo l’effetto: democrazia, libertà d’opinione, la follia di dare voce pubblicamente a qualunque razza di pensiero senza pagare il prezzo […] A cosa poteva portare tutto questo? Eravamo alla febbre, forse sarebbe venuta la paralisi”.
Cade il Muro di Berlino. La “malattia” prende il sopravvento, e anche a Dresda succede l’irreparabile: nella notte del 10 novembre 1989 viene presa d’assalto dalla folla la sede del KGB, e la descrizione di essa attraverso le parole di Putin è mirabile.
Il cambiamento, la democrazia, i “tempi migliori” annunciati da Gorbaciov divengono sinonimi di criminalità, insicurezza, disordine. La spada e lo scudo (emblema del KGB) sono diventati un temperino e un ombrello. Alla fine arriva l’Apocalisse.
Il sistema in cui credeva Putin viene descritto al meglio dal nuovo sindaco di Leningrado (anzi, da ora in poi San Pietroburgo) Anatolij Sobčak, detestato da Putin proprio in quanto espressione dell’odiato cambiamento: “credeva nel sistema, l’ordine del sistema spietato ma a suo modo funzionale”. Spietato e funzionale. Lui si riferisce al sistema, ma può riferirsi pure allo stesso Putin. Sobčak gli propone di lavorare per lui, e lui accetta.
In pochi mesi Putin, con “i suoi metodi”, diventa l’uomo forte della città, l’uomo che in mezzo a mille difficoltà gestisce i beni essenziali che garantiscono la sopravvivenza della popolazione. E Sobčak, con perfida soddisfazione di Putin, non è quell’”anima libera” tanto sbandierata fino ad allora.
Nessun attacco frontale al nuovo corso, dunque. Ma starci dentro per demolirlo lentamente.
Quando crolla l’URSS, ecco la grande opportunità. I pochissimi russi nelle cui mani si concentravano grandissime ricchezze finanziarie lo “arruolano”, e lui fa di San Pietroburgo la prova generale di un progetto per la presa del potere sull’intero Paese: 1) gestione dei rifornimenti delle merci per il “controllo della fame” della popolazione; 2) controllo delle carte burocratiche e dei permessi amministrativi per far fallire le iniziative del sindaco “democratico” Sobčak per cui lavorava; 3) sfruttamento dei punti di debolezza del sindaco per renderlo odioso ai cittadini, senza lasciare alcuna traccia. Risultato perfettamente conseguito, Sobčak perde le elezioni a San Pietroburgo, e grazie a questo “successo” Putin viene chiamato a Mosca come vice tesoriere del Cremlino.
Arrivato a Mosca, tocca al presidente Eltsin, il simbolo del “nuovo corso”, essere fatto fuori. Gli viene detto dai ricconi a cui lui riferisce tutto: “tu per noi non sei più l’uomo del Cremlino, ma il nostro uomo nel Cremlino … e forse perfino il nostro uomo per il Cremlino”.
Non era ancora il momento. Prima doveva essere creato un clima di terrore per poter convincere tutti a tornare sotto la protezione dello Stato. Ed ecco spuntare il terrorismo di Stato, per indurre ad invocare la protezione (spietata) dello Stato, dando tutta la colpa ai ceceni. “Una sola cosa per le masse è più forte della fame. Ed è la paura”.
L’epilogo del testo teatrale e della storia dello Zar è perfetto, con il primo segnale che il nuovo Presidente della Federazione Russa intende dare ai suoi cittadini. Leggetelo in fondo al libro.
