Un film intenso, amaro, doloroso. Sicuramente da vedere, e pure da meditare per i suoi richiami alla storia russa e ucraina, e alla compresenza di slanci idealisti e di convenienze opportunistiche nel giornalismo delle grandi testate occidentali. L’ombra di Stalin (2019) è un film basato su una storia vera, diretto dalla regista polacca Agnieszka Holland, e prodotto da un pool di case cinematografiche inglesi, polacche e ucraine.

Racconta la storia di Gareth Jones, un giovane giornalista nato nella cittadina di Barry, nel sud del Galles. Dopo essere stato segretario del Primo ministro britannico Lloyd George, mosso da un istinto naturale per la caccia alla notizia e da evidenti motivazioni etiche e ideali, nel 1933 Gareth fu uno dei primissimi giornalisti stranieri a parlare con Adolf Hitler appena nominato cancelliere tedesco. Si spese per convincere gli scettici colleghi inglesi sulle reali intenzioni aggressive di Hitler, senza però riuscire nel suo intento.

Ma la pellicola si incentra soprattutto sulle successive vicende in Unione Sovietica. Gareth Jones vuole andare a Mosca come freelance a intervistare Stalin, nella convinzione che qualcosa non torna dal punto di vista economico-finanziario: in un’epoca di grave crisi economica (siamo a pochi anni dal crollo del 1929), com’è possibile che Stalin riesca a spendere così tanto? Chi lo sostiene, da dove vengono le risorse finanziarie per i suoi giganteschi investimenti?

Negli anni Trenta sussisteva una sinistra europea e americana affascinata dall’URSS e dalla rivoluzione bolscevica. Pochi credevano a quanto realmente stava accadendo in quelle terre. Gareth Jones riesce a eludere il controllo poliziesco sovietico e compie un viaggio (terribile) in Ucraina, il granaio della Russia di Stalin.

Il film ci restituisce in modo estremamente efficace l’orrore che vide Jones. All’interno di una scenografia desolata, tutta in sfumature grigie come l’Unione Sovietica degli anni del terrore stalinista, il freddo delle pianure innevate e battute da venti gelidi si accompagna al senso glaciale della morte. Villaggi deserti, morti di fame abbandonati sulle strade o sulla neve, carretti che lentamente trasportano cadaveri per le campagne, episodi di cannibalismo dentro le famiglie più povere e disperate per la fame. E d’altro canto, i camion pieni di sacchi di grano che, sotto la scorta dell’esercito e della polizia segreta, requisiscono l’unica fonte di sostentamento degli ucraini per trasportare tutto a Mosca.

Gareth Jones fu il primo a raccontare in Occidente l’atrocità dello sfruttamento agricolo dell’Ucraina da parte di Mosca, fino alla morte per fame di milioni di ucraini. L’Holodomor fu uno degli orrori più scandalosi del Novecento, accompagnato dall’altrettanto scandaloso negazionismo di cui fu protagonista il giornalista americano Walter Duranty, corrispondente capo da Mosca del New York Times, che conduceva una vita corrotta e debosciata nella capitale sovietica, continuando a magnificare le glorie del regime staliniano.

Gareth Jones è ben interpretato dall’attore inglese James Norton, mente il ruolo del “rivale” giornalista Duranty è affidato all’attore americano Peter Sarsgaard.

Jones morì pochi anni dopo in Manciuria, senza che sia stata fatta definitivamente chiarezza sull’eventuale ruolo svolto dai servizi segreti russi nel suo omicidio. I suoi racconti contribuirono ad ispirare un altro giovane inglese, George Orwell, a scrivere il suo famoso libro La fattoria degli animali (1945), un’allegoria del regime stalinista e delle sue spietatezze.

Il film è consigliato soprattutto a quelli che ancora si sorprendono della strenua resistenza ucraina per non ritornare mai più sotto il giogo di Mosca.