Una mattina di quattro anni fa gli ucraini si sono alzati, e hanno trovato l’invasore. Nel quarto anniversario dell’aggressione russa e dell’eroica resistenza del popolo ucraino, la principale riflessione da fare riguarda il senso di patria. Troppa retorica indulge intorno a questa parola, sacra per molti, pretesto per altri. Ebbene, gli ucraini ci insegnano tutti i giorni cos’è davvero la patria, il sacrificio, la libertà.
La patria non è fatta di gente invasata ed esaltata.
La patria è fatta da squadre di elettricisti, autentici eroi moderni, che tutte le notti accorrono a riparare le centrali elettriche colpite dai missili e dai droni russi, per impedire che tanti loro concittadini rischino letteralmente di morire di freddo.
La patria è fatta da vigili del fuoco che tutti i giorni spengono le fiamme di condomini sbruciacchiati, di scuole franate, di ospedali bombardati, di chiese diroccate. È fatta da ferrovieri (un’altra categoria di lavoratori che si sta guadagnando una misconosciuta gloria) che tutti i giorni tengono in piedi l’infrastruttura di trasporti più importante del Paese, una vera e propria arteria attraverso la quale scorre il sangue vitale degli ucraini.
La patria è fatta da sacerdoti che pregano, confortano, aiutano. È fatta da insegnanti che si prodigano in ogni modo per non far perdere l’anno scolastico a migliaia di bambini e di ragazzini. È fatta di mutilati che convivono con i traumi della guerra.
Ed è fatta, certo, da soldati che combattono contro un aggressore spietato.
E per noi, cos’è la patria? L’indifferenza per il prossimo, questa è patria? Arricciare il naso e alzare le sopracciglia verso gli ucraini che si difendono, questo è senso di patria?
Rinasceranno i fiori, in quelle terre ucraine martoriate col ferro e col fuoco, tra quei villaggi rasi al suolo. Saranno i fiori di una nuova speranza. E ricordando la nostra Resistenza, le genti che passeranno, guarderanno il fiore del partigiano ucraino morto per la libertà.
Il marconista di bordo
