Si narra che Odisseo abbia impiegato circa vent’anni per tornare a Itaca dopo essere partito per combattere la guerra di Troia. E, per una bizzarra coincidenza, sono trascorsi circa vent’anni anche tra l’uscita nelle sale dell’Iliade di Wolfgang Petersen (Troy, 2004) e quella di The Odyssey di Christopher Nolan. Il regista britannico offre al pubblico una grande prova registica, all’altezza della sua fama.

Quanto è fedele il film al mito? La risposta è tutt’altro che scontata. Dalla visione di The Odyssey si percepisce infatti nettamente l’intento del regista di attenersi al poema, senza ricercare le classiche atmosfere da kolossal hollywoodiano. Tuttavia, comprimere ben 12 mila esametri, ovvero poco meno dell’intera Divina Commedia, in circa 3 ore ha imposto a Nolan di operare alcuni tagli.

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Il regista ha deciso di dare risalto ad alcuni personaggi secondari, come Sinone, e di aggiungere deliberatamente alcuni episodi, come lo scontro di Odisseo e Telemaco nel tempio di Atena contro dei mercenari al soldo dei Proci. Allo stesso tempo, si è limitato ad accennare alcuni dettagli presenti nel testo di Omero, rendendoli di conseguenza percepibili esclusivamente da uno spettatore particolarmente attento o da uno che, conoscendo il poema epico, li ricerchi attivamente. Ad esempio, la capacità di Euriclea, storica balia di Odisseo, di riconoscerlo attraverso una cicatrice che questi ha su un piede, oppure il fatto che il ciclope, ormai cieco, tastasse il dorso delle pecore con la mano per contarle, sono particolari che, seppur mostrati sullo schermo, risultano un po’ velati, rischiando quindi di passare inosservati. Il ruolo degli dei poi è stato drasticamente ridimensionato e alcuni episodi sono stati del tutto omessi, come l’incontro con i Feaci e Nausicaa, quello con i Lotofagi (un accenno al fiore di loto è però presente) e il riconoscimento tra Odisseo e Penelope grazie al talamo costruito anni prima dallo stesso protagonista (nel film, questa funzione è svolta da una spilla con l’effige di Atena). L’incontro con Circe è una delle sequenze più riuscite del film; tuttavia, Odisseo viene dissuaso dal cadere vittima dei sortilegi della maga dai propri compagni, benché già trasformati in maiali, anziché ricevere aiuto da Ermes, come narra la tradizione. L’omissione che ci è risultata più fastidiosa è però quella del celeberrimo inganno di “Nessuno”. Nel poema di Omero, Odisseo conversa con il ciclope e, dopo averlo fatto ubriacare, gli dice di chiamarsi “Nessuno”, con il risultato che il mostro, una volta accecato, dice agli altri ciclopi attirati nella grotta dalle sue urla che “Nessuno mi ha attaccato” facendoli quindi, suo malgrado, allontanare.

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La conseguenza di queste alterazioni è che l’Odisseo dipinto da Nolan non appare “multiforme nell’ingegno”, ma segnato dal trauma e dilaniato dal senso di colpa. Odisseo si sente responsabile di aver provocato, seppur involontariamente, la morte di tutti i compagni e, di fatto, anche il crollo di un’intera civiltà, fondata sulla “Legge di Zeus” che lui per primo ha infranto con lo stratagemma del cavallo. L’eroe di Nolan, un reduce di guerra tormentato dalle conseguenze delle proprie azioni più che un avventuriero, quasi non si sente degno di tornare a casa. Odisseo si pone infatti al di sopra degli altri uomini e non si limita a sentirsi responsabile di quanto capitato ai soldati sotto il suo comando, ma rivendica per sé anche tutta la colpa delle atrocità da loro commesse durante l’assedio di Troia, in quanto loro guida. In quello che è forse il dialogo più bello del film, è allora Atena, con un semplice “E chi guidava te?” a invitarlo a perdonarsi, ricordandogli – e ricordandoci – che gli esseri umani, in quanto tali, non possono avere il controllo di tutto, e quindi neppure addossarsi la responsabilità di tutti i mali del mondo.

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Dal punto di vista della fotografia, alcuni effetti speciali deludono un po’ e, se nel caso di Scilla si può comprendere, vista la fugacità dell’incontro col mostro, con Polifemo si poteva fare di meglio. Anche la sequenza del cavallo di Troia, con un interno sproporzionato rispetto all’esterno, non convince del tutto. Altre scene, invece, funzionano molto bene, come l’incontro con gli spiriti dei morti nell’Ade, o come la trasformazione degli uomini in maiali a opera di Circe, che ne cambia le fattezze accarezzandoli con le mani e quasi plasmandoli, come vasi d’argilla. Pur senza sfociare nello splatter, Nolan dimostra di non avere paura del sangue e inserisce, durante tutto il film, una serie di scene piuttosto cruente che contribuiscono a far percepire allo spettatore la violenza che permeava il mondo antico e tutta la brutalità connaturata a mostri come il ciclope o i Lestrigoni.

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Per quanto riguarda il cast, Matt Damon nei panni del protagonista offre una rilevante interpretazione, così come Tom Holland, che riesce a trasmettere tutta la frustrazione di un ragazzo (Telemaco), troppo giovane per poter prendere in mano la situazione e, al contempo, troppo adulto per non sentirsi in dovere di agire di fronte ai soprusi dei Proci. La vera rivelazione sono però Anne Hathaway (Penelope) e Robert Pattinson (Antinoo). La prima interpreta magistralmente Penelope: una donna costretta a far convivere due anime in ogni aspetto della propria vita. Come moglie, da un lato sembra rassegnata alla morte di Odisseo, unico a non aver fatto ancora ritorno da Troia dopo quasi 10 anni dalla fine della guerra, dall’altro, continua ad aggrapparsi disperatamente al ricordo del marito, interrogando ogni viandante di passaggio da Itaca per avere sue notizie. Come madre, è fiera del figlio che ha cresciuto da sola, tuttavia, a volte rimane delusa dalla sua impulsività e dalla sua ingenuità e, proprio per questo, si oppone alle sue pressanti richieste di cedergli la corona. In quanto regina, è poi l’unica responsabile del popolo di Itaca, ma il suo essere donna le preclude di assumere formalmente il ruolo che, di fatto, svolge già da vent’anni. Pattinson nel ruolo di capo dei Proci, cattivo, subdolo e codardo, risulta particolarmente sgradevole allo spettatore, segno che ha interpretato in modo eccellente il ruolo che gli era stato affidato. Non convince invece Lupita Nyong’o, volto sia di Elena che di Clitemnestra.

Ai celeberrimi attori del grande schermo, Nolan ha inoltre scelto di affiancare dei volti resi noti da alcune delle serie tv più amate degli ultimi anni. Ad esempio, ad Elliot Page, star di Umbrella Academy, è affidato il ruolo di Sinone, personaggio minore che viene però posto al centro della trama da Nolan. Sono invece ben tre gli attori provenienti dal mondo di The Walking Dead: Jon Bernthal (Menelao), Ryan Hurst (Mentore) e Samantha Morton (Circe). Una menzione a parte la merita poi il personaggio di Atena, non tanto per l’interpretazione di Zendaya, senza infamia e senza lode, ma per la scelta di Nolan di dare alla dea le fattezze di una giovane fanciulla ingiustamente uccisa, ai piedi della statua di Atena, dai soldati Atridi durante la presa di Itaca, sotto gli occhi di un Odisseo che ne rimarrà traumatizzato.

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Infine, merita una menzione d’onore la colonna sonora. Pur in assenza di un tema memorabile, Ludwig Göransson non ha niente da invidiare ai componimenti scritti per altri blockbuster di stampo epico. Il compositore svedese premio Oscar, che aveva già collaborato con Nolan in Tenet e Oppenheimer, riesce infatti a catapultare lo spettatore nell’antica Grecia, dando vita a quello che è stato definito un vero e proprio “paesaggio sonoro”. Non a caso, Göransson ha fatto ampio uso di strumenti simili a quelli realmente esistenti a quel tempo e, in particolare, di gong di bronzo, tipici dell’omonima era. La scelta stilistica risulta assolutamente convincente e particolarmente efficace in alcune scene concitate, come lo scontro nei pressi dei cancelli di Troia, in cui il ritmo frenetico delle percussioni, sempre più incalzanti, entra nella testa dello spettatore, trasmettendo brillantemente il crescendo di ansia e angoscia provato dai protagonisti.

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In conclusione, pur senza stravolgere Omero, Nolan ha dato la propria interpretazione dell’Odissea, scegliendo di privilegiare il trauma della guerra – e tutto ciò che ne consegue – rispetto al tema del viaggio e dell’avventura, dando vita a una lettura del poema particolarmente cupa e profonda, in cui anche l’uomo moderno è in grado di immedesimarsi. The Odyssey è uno di quei film “da vedere”, e da vedere al cinema, non solo per gustare a pieno della fotografia e della colonna sonora, ma anche dell’atmosfera “epica”, che in 172 minuti di proiezione riesce a permeare la sala.