Putin e Xi Jinping conoscono Trump più di quanto lui s’illuda di conoscere loro. Lo stesso viaggio del presidente degli Stati Uniti in Cina potrebbe fornirne l’ennesima dimostrazione. Trump è stato adulato, blandito, gli sono stati fatti intravedere mirabolanti affari. È vero, forse c’è stato un attimo di difficoltà allorché Xi Jinping gli ha citato Tucidide, forse la sua conoscenza dell’antichità classica potrebbe aver subìto qualche smemoratezza, ma il suo ego è stato ampiamente coltivato dalle autorità cinesi.

Anche Putin sa come prendere Trump. Lo sa talmente bene che continua a bombardare selvaggiamente l’Ucraina senza che da parte americana si muova una qualche timida rimostranza, una apparente solidarietà almeno per i civili uccisi e feriti dopo oltre quattro anni di aggressione.

Una valutazione realistica dei risultati del viaggio di Trump in Cina è difficile farla, per molti motivi. Il primo dei quali è la spessa riservatezza, quasi segretezza, su cosa hanno davvero concluso. Questo non sorprende dal lato cinese (le autocrazie amano il segreto), qualche dubbio nasce dal lato statunitense. Ma con una delegazione americana ostentatamente fatta quasi più da uomini d’affari che da diplomatici, ci si aspettava importanti risultati legati al business, oltretutto ascoltando le dichiarazioni pubbliche farcite con i soliti aggettivi superlativi (“grandi accordi”, “fantastici affari”, ecc.). Al momento ciò che trapela riguarda 200 aerei Boeing e un aumento delle esportazioni americane in Cina di manzo e soia. Di più ne sapremo forse in seguito, soprattutto per quanto si riferisce a terre rare, chip, tecnologie avanzate.

Da tutto ciò ne ricaviamo un’impressione: la tanto propagandata guerra alla Cina non è stata vinta da Trump, e lui corre a cercare di rimediare in qualche modo. La guerra commerciale attraverso i dazi si è infatti sostanzialmente ridimensionata, se non proprio afflosciata. La guerra alle forniture petrolifere dirette a Pechino è sostanzialmente fallita, visto che tra le poche petroliere che passano per lo stretto di Hormuz, molte si dirigono proprio verso la Cina, e nel frattempo la Russia non ha certo lasciato il suo partner strategico asiatico senza petrolio.

Su Taiwan e la sua indipendenza, il presidente cinese ha detto al presidente americano che loro non scherzano, e gli Stati Uniti fanno bene a metterselo in testa. Trump l’ha capito subito, e subito è sembrato allinearsi. Ai giornalisti, sull’aereo di ritorno, ha detto testualmente: “Abbiamo discusso di Taiwan, di tutta la questione della vendita di armi, in modo molto dettagliato, in realtà, e prenderò delle decisioni, ma sapete, penso che l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno in questo momento sia una guerra a 9.500 miglia di distanza”. E con questo anche Taiwan è sistemato.

La politica cinese sembra impostata sull’assunto che il presidente Trump stia realmente indebolendo la posizione degli Stati Uniti nel mondo. Per questo conviene adularlo. Noi crediamo che gli Stati Uniti possano ancora fare molto in questo mondo, ma solo se si liberano dalla doppia ossessione di cui sono preda da quindici mesi circa: il disprezzo verso gli alleati democratici e la sudditanza verso i nemici storici autoritari.

Il marconista di bordo