Il popolo americano ha votato, il grande rito elettorale delle democrazie si è chiuso. Il significato di quanto accaduto negli Stati Uniti potrebbe andare al di là della flessione che tradizionalmente il partito del presidente in carica subisce nelle elezioni di metà mandato. Se Donald Trump si sente un’eccezione americana, il controllo di entrambi i rami del Congresso da parte dei Democratici significa che la maggioranza degli americani si è stufata di questa eccezione, e che la presunta “età dell’oro” è risultata una patacca.
Lo stato di esaltazione con cui il presidente Trump e i suoi più stretti collaboratori hanno vissuto questi due anni ha incontrato un brusco freno nelle urne elettorali. A forza di minacciare, deridere, intimidire, glorificarsi, mentire, la coperta che teneva insieme Donald Trump e la maggioranza degli americani si è strappata.
La società americana è attraversata da tensioni e da frustrazioni che preesistono alla seconda presidenza Trump, ma proprio la presidenza Trump le ha esasperate invece che risolverle come tante volte promesso.
Si è impegnata a migliorare le condizioni di vita dei cittadini, ma il costo della vita invece è aumentato: l’inflazione è balzata dal 2,7% del 2025 al 3,6% del 2026. La guerra commerciale a colpi di dazi, intrapresa anche per riequilibrare la bilancia commerciale americana, ha finito per essere pagata in larga misura dagli stessi americani. Doveva ridurre il debito pubblico, e questo è aumentato. Doveva contrastare la potenza della Cina, e ha finito per consegnargli un ruolo strategico ancor più rilevante. Doveva ritirare gli Stati Uniti dalle guerre nel mondo, e si è infilato in un conflitto con l’Iran da cui non riesce ancora a uscire, terremotando le economie di molti Paesi con l’innalzamento dei prezzi energetici.
La fascinazione per i dittatori in giro per il pianeta non ha prodotto nulla di significativo in favore degli americani. Nessuno ha creduto alle affermazioni in base alle quali la colpa della crescita vertiginosa dei prezzi del gasolio va imputata a Zelensky che attacca le raffinerie russe, perché la maggior responsabilità di quei prezzi ricade sulla guerra (inconcludente e prolungata) all’Iran.
La politica estera e di difesa degli Stati Uniti rimane appannaggio del presidente, ma la speranza è che con un Congresso in mano ai Democratici qualche correzione sia praticabile, almeno su alcuni dossier.
La concezione predatoria delle relazioni internazionali, fondata sulla politica di potenza e sulla spartizione di territori d’interesse, sta portando il mondo su un crinale estremamente pericoloso. “Il mondo è devastato da una manciata di tiranni” ha dichiarato il primo Papa americano nell’aprile scorso.
Da qualche parte dobbiamo iniziare a rimettere un po’ le cose a posto. L’Europa ha faticosamente retto botta in questi anni di putinismo, trumpismo, con i relativi annessi e connessi. I cittadini americani hanno aperto una nuova pagina nella storia degli Stati Uniti? È troppo presto per dirlo, ma noi siamo convinti che un’altra America può molto per rendere un po’ più libero e un po’ più umano il difficile mondo nel quale viviamo.
Il marconista di bordo
