Nella crisi costituzionale scoppiata in Polonia ci sono molti ingredienti delle diatribe tipiche del nostro tempo: il conflitto tra politica e magistratura, il progressivo svuotamento dei principi sanciti dalle Costituzioni democratiche, la metamorfosi della destra politica in molti Paesi europei. La crisi costituzionale a Varsavia è ancora aperta, ne ripercorriamo le principali fasi per comprenderne la profondità.
***
Il contrasto sul Tribunale costituzionale polacco (organo paragonabile alla nostra Corte costituzionale) risale a circa dieci anni fa, quando il governo era appannaggio del partito di destra, per molti considerato di estrema destra, “Legge e Giustizia” (PiS – Prawo i Sprawiedliwość). Il PiS avviò una serie di iniziative sul fronte della giustizia che risultarono molte contestate in nome dell’indipendenza della magistratura e del rispetto dei principi dello Stato di diritto. In sostanza, l’accusa rivolta all’allora governo del PiS consisteva nel voler subordinare la magistratura al controllo politico, Tribunale costituzionale compreso.
Il contrasto divenne quindi politico sia all’interno della Polonia, che all’esterno con l’Unione europea. Infatti, il Trattato sull’UE considera il rispetto dello Stato di diritto da parte dei Paesi membri come uno dei valori fondanti dell’Unione. La disputa su questo punto tra UE e governo del PiS è durata anni.
Dopo la sconfitta nelle elezioni politiche del 2013 il PiS è uscito dal governo, e il nuovo corso impresso alla politica polacca dal nuovo premier Donald Tusk, centrista ed europeista, ha cercato di superare il conflitto con l’UE in tema di giustizia, e di recuperare il carattere indipendente della magistratura.
***
Il quadro politico polacco si è ulteriormente ingarbugliato nell’agosto 2026 con l’elezione, per un soffio, del nuovo Presidente della Repubblica Karol Nawrocki, proveniente proprio dal PiS, ora all’opposizione. A questo punto riprende il conflitto sul Tribunale costituzionale tra il governo del premier Tusk e la presidenza della Repubblica di Nawrocki, nel quale il presidente del Tribunale (Bogdan Swięczkowski) è legato al PiS come lo stesso Nawrocki.
Il Parlamento polacco procede all’elezione dei nuovi componenti del Tribunale costituzionale, ma il presidente Nawrocki nega l’elezione a cinque di essi, rifiutandosi di accoglierne il giuramento come prevede la legge. A fronte dello stallo, i cinque giudici eletti giurano davanti al Parlamento, e il presidente della Repubblica Nawrocki nega la validità della procedura.
Venerdì 30 ottobre la situazione precipita, sia all’interno del Tribunale costituzionale che nelle piazze. La giudice Anna Korwin-Piotrowska, facente parte del Tribunale stesso, prende l’iniziativa per sbloccare la vicenda, invoca la legge sull’organizzazione dei tribunali ordinari e sospende per un mese dalle loro funzioni il presidente del Tribunale Swieczkowski e il suo vice Socharíski. Sulla base della maggior anzianità di servizio, la giudice Korwin-Piotrowska assume la guida del Tribunale costituzionale.
La sospensione del presidente Swieczkowski è stata contestata dall’opposizione del PiS e dal presidente della Repubblica Nawrocki, mentre è stata sostenuta dal governo Tusk.
I manifestanti si sono radunati intorno alla sede del Tribunale, la polizia è entrata nell’edificio, il presidente della Repubblica annulla un viaggio all’estero e rientra a Varsavia per andare dentro l’edificio del Tribunale. Un caos.
***
Quattro ex presidenti del Tribunale costituzionale polacco (Marek Safjan, Jerzy Stepień, Bohdan Zdziennicki, Andrzej Zoll) hanno difeso l’iniziativa di sospendere l’attuale presidente del Tribunale, hanno accusato il presidente della Repubblica di aver violato l’autonomia e l’indipendenza del Tribunale costituzionale precipitandosi venerdì 30 ottobre dentro la sede del tribunale per influenzarne le decisioni. Inoltre, a loro giudizio, le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo e della Corte di giustizia dell’Unione europea volte a ripristinare l’indipendenza del Tribunale sono rimaste finora inattuate, e quindi la sospensione del presidente del Tribunale consente di ripristinare il corretto funzionamento dell’organo.
Secondo la Commissione di Venezia (organo consultivo del Consiglio d’Europa in materia costituzionale) il presidente della Repubblica Nawrocki doveva ricevere i giuramenti dei cinque giudici, perché non ha alcun potere per sindacarne la regolarità della loro elezione.
La Commissione europea ha esortato il presidente della Repubblica polacco ad accettare la nomina dei cinque giudici eletti dal Parlamento, così da mettere in condizione il Tribunale costituzionale di tornare a operare conformemente al diritto polacco e al diritto europeo.
Infine, sabato 31 ottobre l’associazione dei magistrati polacchi denominata lustitia ha riconosciuto che i cinque giudici sono stati eletti legalmente dal Parlamento, e che la responsabilità della situazione critica in cui versa la Polonia e il Tribunale costituzionale ricade sul presidente della Repubblica e sul presidente (sospeso) del Tribunale.
***
L’Europa è stata attraversata nell’ultimo decennio dal vento del populismo e del nazionalismo. In alcuni Paesi questo si è tradotto nell’esasperazione del conflitto tra politica e magistratura, qualche volta anche oltre i confini costituzionali. La Polonia sta vivendo tutto questo, soprattutto alla vigilia delle elezioni parlamentari da svolgersi entro novembre 2027. Con la conseguenza che anche soggetti stranieri che non c’entrano nulla con la situazione interna della Polonia, come la candidata dell’estrema destra Marine Le Pen alle elezioni presidenziali francesi, intervengono nella vicenda sostenendo le ragioni della forzatura di una delle due parti in contesa. Come si trattasse di una partita di calcio, e non di un delicato conflitto costituzionale interno a un altro Stato sovrano.
In un quadro di incertezza sulle condizioni di sicurezza e di difesa delle democrazie europee, la Polonia assume sempre più la funzione di pilastro della difesa continentale. Una crisi di natura costituzionale favorisce solo lo spirito di disgregazione e di corrosione della fiducia dei cittadini nell’ordinamento democratico. Nessuno può permetterselo.
