Esattamente cento anni fa, il grande scrittore mitteleuropeo Joseph Roth intraprese un viaggio nella Russia bolscevica e rivoluzionaria. Fu il giornale tedesco Frankfurter Zeitung a commissionargli una serie di articoli per illustrare ai suoi lettori cosa fosse diventata la Russia dopo nove anni di governo comunista. L’editore Adelphi ripropone la raccolta degli articoli di Roth in un gustoso libretto intitolato Viaggio in Russia, già uscito nel lontano 1981.

Gli articoli vennero pubblicati sul Frankfurter Zeitung dal 14 settembre 1926 al 18 gennaio 1927. Quello di Joseph Roth rappresenta un punto di vista di massimo interesse, a causa della curiosità intellettuale che promana e della straordinaria capacità di scrittura con cui racconta quanto osserva per le strade e per le terre di Russia. Roth non è stato solo l’affascinante cantore della decadenza dell’impero asburgico e del suo modo di vivere, ma uno degli osservatori più acuti di quell’epoca unica e in qualche misura terribile che sconvolse l’Europa dopo la Prima Guerra Mondiale.

Lo scrittore era nato in un angolo dell’impero austro-ungarico, nella regione della Galizia così densa di cultura e civiltà ebraica, in quella cittadina di Brody che oggi è parte dell’Ucraina occidentale e che allora presentava una delle più alte percentuali di popolazione di origine ebraica di tutta l’Europa orientale. Nel 1923 iniziò la collaborazione con il prestigioso Frankfurter Zeitung, per il quale condusse vari reportage in diversi Paesi, non solo in Russia.

Al filosofo tedesco Walter Benjamin, incontrato a Mosca, Joseph Roth confessò di essere partito bolscevico e di essere tornato monarchico. In questa espressione risiede tutto il paradosso di quegli anni che turbarono tutta Europa, paradosso che si riflette anche nei suoi articoli per il giornale tedesco. Nel resto dell’Europa si guardava all’esperienza comunista russa in alcuni casi con terrore e preoccupazione, e in altri con curiosità o addirittura con ammirazione. Una nuova, potente umanità si affacciava sul mondo, si parlava di “uomo nuovo”, di “dittatura del proletariato”, di “materialismo storico”, e l’impeto del vento rivoluzionario emanava un fascino intellettuale molto forte.

A premessa della serie di articoli sulla Russia vi è l’abbozzo di una conferenza sulle impressioni del viaggio compiuto in Russia, da tenersi a Francoforte sul Meno nel gennaio 1927, il cui abbrivio è tutto un programma: “Signori, questa sera mi sforzerò di dimostrarvi che la borghesia è immortale. La più crudele di tutte le rivoluzioni, la rivoluzione bolscevica, non è stata in grado di annientarla. E non basta: questa crudele rivoluzione bolscevica ha creato il proprio borghese”.

Gli articoli ci raccontano la vita parigina degli emigranti zaristi, il posto di confine sovietico di Niegoreloe, il viaggio sul Volga. Descrivono le strade russe, la parata militare sulla Piazza Rossa di Mosca, il labirinto dei popoli del Caucaso, la condizione della donna sovietica e la cosiddetta “nuova morale sessuale”, la censura dei giornali, l’ateismo e la propaganda contro la religione.

“Eppure la strada russa io la sento grigia” scrive il 31 ottobre 1926. “Le masse da cui è popolata sono grigie. È un grigio che divora il rosso dei fazzoletti, delle bandiere, dei distintivi, e il riflesso dorato dei tetti delle chiese. C’è molta povera gente, vestita a casaccio. Da questa gente emana una grande serietà, opprimente nella sua piattezza, patetica nella sua miseria”.

Viaggio in Russia è una piccola raccolta da leggere per aiutarci a comprendere la storia e la vita di un Paese come la Russia che nuovamente irrompe nella nostra epoca, e per rinverdire la piacevole lettura di uno dei più grandi scrittori della Mitteleuropa.