Stefano Bottoni, autore del saggio Orbán. Un despota in Europa (2019, Salerno Editrice), insegna “Storia dell’Europa orientale” all’Università di Firenze. Ha vissuto in Ungheria, valorizzando quindi un punto di vista sulla figura di Viktor Orbán basato non solo sullo studio dei documenti, ma respirando direttamente il clima del Paese dominato da questo politico di razza.

Le domande fondamentali da qui prende avvio il lavoro di ricerca vengono presentati subito nell’introduzione. Come riesce un giovane ungherese di provincia a diventare il dominatore incontrastato della scena politica interna e uno degli uomini più discussi d’Europa? Perché trasforma l’Ungheria in un laboratorio illiberale? Come costruisce e rafforza il consenso interno al suo sistema? Quale partita geopolitica gioca stretto fra le alleanze continentali e le potenze globali? Perché la democrazia liberale è implosa in Ungheria prima che altrove nell’Unione Europea?

L’autore del saggio riconosce in Orbán l’impronta del politico “a tutto tondo”, l’unico tra i protagonisti del crollo del sistema comunista sovietico a sopravvivere per decenni ai rivolgimenti dei Paesi orientali e a segnare la storia del proprio. Stefano Bottoni lo chiama “un sovversivo in doppiopetto, i cui mutamenti ideologici, dal liberalismo occidentalista al conservatorismo al più recente approdo al neonazionalismo, riflettono la disillusione di intere generazioni e Paesi delle periferie europee nella democrazia liberale e nell’aggancio alla prosperità occidentale”.

L’autore inquadra l’affermazione della cosiddetta “democrazia illiberale” in una crisi più profonda del sistema postcomunista, non limitandola quindi all’esclusiva figura di Orbán. Non vengono nascosti gli errori che gli esponenti liberali, sia che essi fossero ungheresi che europei, hanno compiuto negli anni precedenti, illudendosi che la marcia dell’europeismo di matrice occidentale fosse inesorabile e senza alternative. Il risveglio è stato piuttosto brusco, allorché il populismo si è affacciato anche a Budapest.

“Il populismo divide l’agone politico in fazioni, senza introdurre forme di democrazia diretta ma puntando alla conquista totale della rappresentanza. Il populismo al potere non abolisce le elezioni e non crea necessariamente una dittatura ma rappresenta una forma estrema e sfigurata di democrazia costituzionale”. È così che Viktor Orbán costruisce un proprio sistema di governo, apparentemente democratico ma sostanzialmente autocratico.