La politica divide il paese, e s’incunea dentro le famiglie, tra madre e figlio, tra fratello e sorella. Fin qui nulla di male, né niente di nuovo. Allora perché in Slovacchia è così importante, come emerge dall’ultimo libro di Jana Karšaiová Io non parlo russo (Feltrinelli, 2026)? Dell’autrice slovacca PaginaEuropa ha già recensito il suo primo romanzo, e abbiamo voluto approfondire la sua seconda opera.

La protagonista Hana torna in Slovacchia dall’Italia, dove abita ormai da anni, per partecipare ad importanti elezioni che avrebbero rinnovato il Parlamento del suo Paese. Dopo che Hana e la madre hanno votato, sedute ad un caffè nella piazza San Francesco, un breve accenno della mamma al padre defunto da qualche mese ci ricorda lo sdegno suscitato in Slovacchia dell’omicidio di “Ján e Martina” (si tratta del giornalista investigativo Ján Kuciak e della fidanzata Martina Kušnírová), e della mobilitazione popolare contro il governo guidato da Robert Fico a cui partecipò attivamente il padre di Hana. Il pensiero di entrambe, la figlia e la vedova, sembra lo stesso: forse è meglio che nel frattempo sia morto, “forse è meglio che non veda cosa sta succedendo”. Ma cosa sta accadendo in Slovacchia, e soprattutto dentro la sua famiglia?

Il figlio Martin, fratello della protagonista, si occupa di politica dopo gli anni del Covid. Filo-russo, segue le parole d’ordine del Cremlino sulla pericolosità dei vaccini, sulla guerra voluta dall’Occidente contro l’innocente Russia, sui politici europeisti bollati come spie dell’Ovest. Tutti i luoghi comuni della propaganda russa gli appartengono: è colpa dell’Unione Europea se la guerra in Ucraina continua ancora, i profughi ucraini dovrebbero rientrare a casa loro, e “l’Ucraina è corrotta, terribilmente corrotta. Non sono solo vittime come cercano di farci credere”.

Una vecchia amica del padre, la professoressa Helga, “odiava il KGB, il nome adesso era diverso, ma i suoi metodi non erano cambiati. Tutta qui la trasformazione della Russia, diceva”. “Cosa sarà di questo paese?” si chiede Helga.

E poi nella storia appare Levan, della cui esistenza Hana viene a conoscenza casualmente, dopo un incidente fortuito. Levan è georgiano in fuga dall’occupazione russa del suo Paese, intende raggiungere la Germania, un polo d’attrazione per i profughi dell’Est. Scappa a Istanbul, passa il confine della Bulgaria, raggiunge la città di Timisoara in Romania, sta un periodo in Ungheria, e infine entra in Slovacchia. Dell’Ungheria non vuol parlare: “se ti prendono ti spingono in Serbia, anche se non arrivi da lì e non ci sei mai stato, la Serbia è la loro raccolta indifferenziata”.

Hana decide di aiutare Levan, un vero e proprio immigrato irregolare, a fuggire in Italia attraverso l’Austria. “Forse non solo lui dovrà scappare da qui, presto toccherà anche a noi” le dice Duša, l’amica di una vita, dopo la conferma che le elezioni in Slovacchia sono state vinte dai partiti filo-russi.

Perché Hana, come dice il titolo del romanzo, non parla russo? La sua generazione non ha avuto più l’obbligo di studiare il russo, e il padre lo parlava ma poi ha smesso. “Non era la lingua in sé che mio padre rigettava, ma l’esperienza di sottomissione, di dipendenza. Come se si trattasse di un codice, un Matrix sovietico, con ombre politiche e propagandistiche veicolate dai suoni, dalle strutture frasali, in uno spazio del linguaggio già prestabilito, chiuso”.

Per noi la risposta alla domanda iniziale sta tutta nei modelli di vita che si intendono affermare, nei sistemi politici che si vogliono imporre. L’alternativa tra europeismo e influenza/ingerenza russa torna ad essere valoriale. Non si tratta di una diversa politica all’interno dello stesso sistema, ma di due sistemi diversi. Jana Karšaiová ce lo fa ben capire attraverso la storia di Hana, Martin e Levan.