Nelle ultime settimane in Italia è stata autorevolmente ricordata la figura di Giorgio Almirante, alto funzionario della Repubblica di Salò e successivamente leader del Movimento Sociale Italiano. A questo proposito può essere interessante leggere il libro dello storico Davide Conti Fascisti contro la democrazia, uscito nel 2023 per Einaudi, nel quale l’autore svolge un’approfondita analisi del percorso politico di Giorgio Almirante e di Pino Rauti nel trentennio 1946-1976.
La tesi di fondo di Conti riteniamo di poterla sintetizzare così: il MSI di Almirante e di Rauti sin dalla sua nascita è sempre stato a cavallo tra ordine ed eversione, tra “inserimento” nella vita parlamentare e alternativa radicale alla Repubblica nata dalla Resistenza, tra i richiami alla legalità e l’incitamento allo scontro di piazza. Un’ambivalenza continua, una doppiezza in stile “manganello e doppiopetto”, e raccontata dall’autore con una dovizia di fonti e citazioni che forniscono una solida robustezza alla sua ricerca storica e politica (52 sono le pagine dedicate alle note).
Non si può non partire dall’impegno di Giorgio Almirante quale redattore della rivista fascista “La difesa della razza”, e successivamente quale Capo Gabinetto del Ministro della Cultura Popolare nella Repubblica (fascista) di Salò. Scrisse Almirante il 20 ottobre 1938: “Il razzismo è il più vasto e coraggioso riconoscimento di sé che l’Italia abbia mai tentato […] Abbiamo udito, in questi giorni, in seguito alla totale eliminazione degli ebrei dalle scuole italiane, qualche timido lamento. L’operazione chirurgica è stata pronta e spietata; e qualche animuccia debole se ne è spaurita”. Tesi che continuarono ad essere ribadite negli anni successivi, come ad esempio il 5 maggio 1942: “Il razzismo ha da essere il cibo di tutti e per tutti […] deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene e che io sento rifluire in me […] il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito […] altrimenti faremo la fine dei meticci e degli ebrei”.
Almirante fu segretario politico del MSI dal 1948 al 1950, prima di essere sostituito da Augusto De Marsanich e successivamente da Arturo Michelini. Ritornò a guidare il partito nel 1969, mantenendo ininterrottamente l’incarico fino al 1987. Pino Rauti, giovane militante del MSI fino al 1957, uscì dal partito missino dopo aver fondato il Centro studi Ordine Nuovo, e poi per ritornarvici nel 1969 quando Almirante riprese il potere interno al Movimento Sociale.
Davide Conti così descrive l’identità complessa del MSI: “Una dualità legale/eversiva sempre presente fin dall’epoca dei primi FAR [Fasci di Azione Rivoluzionaria, ndr] e che negli anni Sessanta-Settanta sarà segnata: dalle tante «doppie militanze» dei suoi esponenti nei gruppi extraparlamentari e nel partito; dal collateralismo e dalla partecipazione di ambienti (piazza San Babila a Milano) ufficialmente fuori dal MSI ma in realtà organici alle attività squadriste della «piazza di destra»; dall’articolazione interno/esterno rappresentata dai legami di Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale con la stessa corrente di Almirante negli anni della segreteria Michelini; dai rapporti ambivalenti con i vertici degli apparati di sicurezza (il legame Aloia-Rauti-Giannettini degli anni Sessanta e poi le candidature di Vito Miceli e Giovanni De Lorenzo, storico rivale di Aloia, nelle liste missine negli anni Settanta); dalle relazioni con l’OAS [Organisation de l’Armée Secrète, ndr] tenute dall’Ordine Nuovo di Rauti e da Almirante alla promozione di una riforma costituzionale presidenzialista mutuata dal modello francese del generale De Gaulle (acerrimo nemico dell’OAS)”. Una doppiezza rappresentata compiutamente, secondo l’autore, proprio da Almirante e da Rauti.
Il rapporto del MSI con la democrazia nata dalla Costituzione del 1948 viene declinato dall’autore secondo l’idea, anch’essa pregna di ambiguità, di “non rinnegare, non restaurare” il fascismo. Ma le citazioni riportate inducono ad altri pensieri. Per esempio, ha scritto Almirante il 22 dicembre 1969, dieci giorni dopo la strage neofascista di Piazza Fontana a Milano: “Si tratta di una crisi di sistema che ormai viene riconosciuta in tutti i settori […] questo non è il nostro Parlamento […] non è il nostro Stato, non è la nostra legge”. E Pino Rauti rincara: “Noi riprendiamo le ideologie fondamentali del fascismo, la concezione della vita; la forma dello Stato; l’organizzazione dell’economia; l’inserimento di tutti i fattori creativi e produttivi della struttura sociale di un Paese nell’apparato giuridico dello Stato […] I valori spirituali sono quelli che riguardano la parte superiore dell’individuo […] e anche in questo il nazismo dette indubbiamente un suo contributo di studi, di pensiero, di dottrina, di cultura come una entità che è spirito e corpo al tempo stesso”. Lo stesso Almirante, durante la trasmissione televisiva Tribuna Politica del 25 maggio 1970, in riferimento alla situazione italiana e al golpe militare in Grecia del 1967, afferma: “A mali estremi, estremi rimedi, noi siamo virilmente pronti alla realtà senza ipocrisie. Qualora soluzioni anche di forza ci salvassero dal comunismo, ben vengano le soluzioni di forza”.
Sono le idee di Ordine Nuovo di Pino Rauti a forgiare la linea politica radicalizzata della nuova segreteria politica di Almirante dal 1969: la crisi del centro-sinistra come opportunità per la rottura del sistema costituzionale uscito dalla Resistenza, il rapporto con il mondo delle forze armate sulla base della dottrina della “guerra rivoluzionaria”, la linea di “anticomunismo radicale e irriducibile”. Ma fu la rivolta di Reggio Calabria del 1970 a dare slancio alla nuova segreteria Almirante: divenne emblema del fallimento del riformismo meridionalista, e al tempo stesso occasione per consolidare il nuovo corso missino di radicalizzazione dello scontro e di erosione delle basi di consenso alla Repubblica nata sull’antifascismo.
La strategia di Almirante fu quella di riunificare sotto l’egemonia del partito, tutti i gruppi e gruppuscoli della destra estrema ed extra-parlamentare: Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Fronte Nazionale. A questo fine, la cosiddetta “doppia militanza” (missino che frequentano i gruppi extra-parlamentari e viceversa) era funzionale all’egemonia missina. Ma i piani di colpo di Stato nel 1970 ad opera di Junio Valerio Borghese e del suo Fronte Nazionale rischiarono di scompaginare la sua strategia: per questo Almirante fu contrario. Il golpe, con scarse probabilità di riuscita, qualora fosse stato sostenuto anche dal partito, avrebbe potuto portare allo scioglimento del MSI. Meglio dunque dividere il mondo neofascista piuttosto che rischiare la fine di tutto.
Ricca la documentazione, anche statistica, presentata dall’autore sulle “soluzioni di forza” delle squadre neofasciste di quegli anni, a partire dal ritorno di Almirante alla guida del MSI. Altrettanto dettagliati i rapporti intercorsi, soprattutto da Pino Rauti, con il regime franchista in Spagna, quello salazariano in Portogallo e quello dei colonnelli in Grecia.
Le elezioni politiche del 1972 segnarono il massimo storico dei voti raccolti dal MSI, ma mostrarono anche il limite e un fallimento politico: gli eletti missini non furono indispensabili a nessuna maggioranza parlamentare. Così, dopo la moderazione elettorale tornò la fascinazione del manganello: “I nostri giovani devono prepararsi allo scontro frontale con i comunisti, e siccome una volta sono stato frainteso, e ora desidero evitarlo, voglio sottolineare che quando dico scontro frontale intendo anche scontro fisico”. L’idea è quella di mostrarsi ai cittadini come una forza capace di surrogare il potere allo Stato, accusato di essere incapace di imporre l’ordine. Quindi da un lato si fomenta il disordine, dall’altro si invoca l’ordine.
Da qui la lunga disamina dell’autore sul rapporto tra MSI, organizzazioni e gruppi dell’estrema destra e l’eversione nera. Questo rapporto trova espressioni emblematiche nella strage di Piazza Fontana (dicembre 1969), il fallito attentato al treno Torino-Roma e i conseguenti fatti di Milano dell’aprile 1973 dove morì l’agente di PS Antonio Marino, l’attentato contro il Ministro dell’Interno Mariano Rumor alla Questura di Milano il 17 maggio 1973. Il modello sarebbe stato sempre lo stesso: Ordine Nuovo o altri gruppi violenti dell’estrema destra compiono gli attentati, si cerca di incolpare gli anarchici e/o l’estrema sinistra, e infine si invoca la soluzione autoritaria per ristabilire l’ordine (e superare l’assetto politico-istituzionale nato dall’antifascismo). Un intero capitolo viene dedicato alla strage di Piazza della Loggia a Brescia e a quella del treno Italicus, in quel 1974 che assunse il carattere di un anno “infausto” e “triste” per lo stragismo neofascista: il 1974 fu un anno di svolta per la repressione dell’eversione nera.
Negli anni Settanta lo scioglimento del MSI per ricostituzione del partito fascista (legge Scelba) venne a lungo discusso. Almirante volle quindi separare il MSI dalle frange più estremiste nel tentativo di salvaguardarlo dal concreto rischio di uno scioglimento del partito e di una sua definitiva scomparsa. Rauti intrapresa la strada opposta: tentò di riportare dentro il MSI i suoi vecchi sodali di Ordine Nuovo implicati nelle azioni del terrorismo nero. Alla fine il MSI non venne sciolto, ma Ordine Nuovo sì.
L’autore riporta anche il tentativo di gettare negli occhi dell’opinione pubblica il fumo di un altro tipo di depistaggio: “prende copro nella destra missina ed extraparlamentare la teoria delle «trame bianche» ovvero una rappresentazione della realtà che si propone di affrancare il neofascismo dalla responsabilità delle stragi accusando le istituzioni”.
Davide Conti ha scritto un saggio molto approfondito, utile sia a chi ha vissuto quegli anni che a coloro che lo conoscono solo per sentito dire. Con tutte le approssimazioni e, forse, interessate manipolazioni della realtà storica.
