Un autentico dramma. Un dramma della vita, del destino, del cuore. La tragedia della casualità, della malattia, della guerra, dell’amore. Romanticismo d’altri tempi, felicità negata in ogni tempo. Una grande tristezza. Un film da vedere, L’impazienza del cuore, diretto dal regista danese Bille August e uscito nel 2022.
Siamo nella Danimarca del 1914, alla vigilia del suicidio della civiltà europea rappresentato dalla Prima Guerra Mondiale. Anton si arruola nei Dragoni e diventa sottotenente, di stanza nella caserma di Næstved. È un giovane plasmato dal senso dell’onore e dell’altruismo, tanto da spingere, insieme a un gruppetto di soldati ai suoi ordini, l’auto di un distinto signore impantanata nel fango. Da questo semplice episodio scaturiscono una serie di eventi che lo portano al castello del barone Løvenskjold (era lui il distinto signore in auto), che si trova in prossimità della caserma, e alla conoscenza della di lui figlia Edith.
Tra Anton e Edith si sviluppa un’amicizia, poi un affetto, infine un amore. Si tratta di un’amicizia, di un affetto e di un amore del tutto particolari: Edith è disabile, ha perso l’uso delle gambe dopo una brutta caduta da cavallo.
Il rapporto con la disabilità è sostanzialmente il cuore del film. In esso si ritrovano i sensi di colpa del padre (fu lui a regalare il cavallo alla figlia); il sentimento iniziale di pietà nutrito dal sottotenente Anton (che lo porta a contribuire ad illudere Edith circa i benefici delle cure che le vengono somministrate); la rabbia contro la vita avvertita da Edith (giovane e bella, ma inesorabilmente storpia); lo scherno degli altri commilitoni verso la “storpia” e verso Anton che si sta innamorando di lei; la codardia di Anton verso il reggimento (quando nega di essersi fidanzato con Edith); la tragica delusione della figlia del barone (“gli storpi, i figliastri di Dio, amano con più disperazione”).
E infine la guerra, quella che diventerà la Grande Guerra. All’inizio solo temuta (“in Europa si parla sempre del possibile scoppio della guerra”), poi sentita come imminente dopo l’attentato all’arciduca d’Austria (“non si parla altro che di Sarajevo”), infine combattuta davvero nelle trincee.
Sarà anche un cliché, ma il tema “amore e guerra” o “amore e morte” suscita sempre un effetto sentimentale e cinematografico coinvolgente. E la pellicola riesce a mettere in evidenza con garbo le reticenze, le cattiverie, e la compassione del mondo verso i disabili, e soprattutto le speranze quasi disperate per una vita di affetti uguale a quella di tutti.
In fondo, tutti appaiono fragili. Edith lo è in maniera evidente: le sue gambe non la sorreggono più e vive su una sedia a rotelle. Ma anche Anton, sottotenente dei Dragoni, nasconde con difficoltà le sue fragilità: è mosso da pietà verso Edith, e questo crea impacci e imbarazzi. Lo stesso sentimento d’amore verso Edith è sicuramente sincero, ma vissuto un po’ da vile rispetto alle sicurezze trancianti degli altri militari. Pure il barone, pieno di soldi, è fragile: ansioso verso le sorti della figlia sfortunata, non riesce a liberarsi dal senso di colpa.
Con ambientazioni molto belle (la Danimarca è indubbiamente affascinante), la recitazione degli attori protagonisti sicuramente all’altezza. Il danese Esben Smed ben interpreta il dragone Anton, e la bella Clara Rosager (attrice e modella danese) è una Edith molto interessante.
Soggetto e sceneggiatura sono ispirati all’omonimo libro dell’austriaco Stefan Zweig.
