Il documentario intitolato Chi, se non noi?, prodotto dalla Deutsche Film und- Fernsehakademie Berlin (DFFB) e diretto dall’ucraina Nicole Medvecka, testimonia l’esistenza in bilico dei giovani ucraini dall’inizio dell’occupazione russa del Donbass e della Crimea nel 2014. In bilico tra paura e speranza, tra musica e sfollamenti, tra bombardamenti e balli nei rifugi. Il documentario è stato appena presentato al festival del cinema europeo ArteKino Festival 2025.
Inizia con alcuni giovani ucraini che ballano. Giovani uguali a qualunque altro della sua età in Europa, con la stessa musica tanto amata dai giovani. Parlano, si confidano.
“La cultura deve esistere, perché senza di essa potrebbe tornare il mondo russo”. “Siamo al settimo anno di guerra. Non conosco altra realtà al di fuori della guerra”. I disc jockey protagonisti del documentario hanno dovuto lasciare le loro case dopo l’invasione russa, e sono ufficialmente dei rifugiati.
Case distrutte, condomini bombardati, edifici anneriti dal fumo degli incendi. “La mia generazione non ha mai vissuto un anno normale in tutta la sua vita”. I miei amici ora non fanno altro che sopravvivere, cercare acqua e cibo … e sopravvivere”
Un giovane della città ucraina di Sievjerodonec’k. L’occupazione dei russi. Edifici sventrati, giovani che cercano il divertimento. Molti sfollati. “Molte persone sono state pestate dai russi per via delle loro idee politiche”. Città distrutte, video-testimonianze riprese in vari villaggi e città. “Non voglio andare in Europa. Voglio rimanere in Ucraina. Prima o poi tornerò a Mariupol e nel Donetsk”. “L’Ucraina è in Europa, è così”.
Un’altra ragazza. “Noi abbiamo bisogno dell’Europa, ma anche l’Europa ha bisogno di noi”. “Nel 2014 il mondo della musica ha ripreso vita. È una cultura di protesta, composta da giovani arrabbiati che di giorno protestano e di notte fanno festa”.
Musica techno. Feste. Balli. “Il nostro è un Paese giovane e, per via del legame con l’URSS e della nostalgia che rimane nei suoi confronti, è stato difficile andare avanti. Perché c’è ancora chi vorrebbe l’Unione Sovietica. Quantomeno prima dell’invasione, ora non più”.
“I nostri politici sono corrotti, molti sono filorussi. Perché non vengono licenziati? Nessuno lo sa”. Paesaggi desolati, cimiteri affollati. “Vivere sotto occupazione significa sentirsi depressi, umiliati”.
Sirene d’allarme antiaereo in una Kiev desolata, ma con i giovani che ascoltano musica. “Non c’è molto che ci unisca ai russi. Beh, direi che non abbiamo mai avuto un granché in comune. Ho sempre saputo che non eravamo al sicuro”.
Auto distrutte, crivellate dai proiettili. Carcasse di veicoli. “Ora vogliamo tutti una cosa, che l’Ucraina sia un Paese indipendente, democratico e senza riferimenti all’Unione Sovietica, soprattutto alla Russia. Ora l’Ucraina è diventata il simbolo della lotta per la democrazia nel mondo intero. Se l’Ucraina dovesse cedere, ci sarebbe un effetto domino ovunque anche gli altri Paesi europei cadrebbero”.
Un’altalena dondola senza alcun bambino sopra, con sullo sfondo alcuni palazzi distrutti. Molti treni in transito. Impianti industriali. “I primi mesi non riuscivo a sentire la musica. C’era questo rumore costante nella mia testa. Sogno di tornare nel Donetsk da tantissimo tempo. Lo farò quando verrà liberato”.
Cucine devastate, salotti distrutti, vetri rotti ovunque, tanti edifici vuoti. “Sento che assisteremo alla rinascita della nazione. E a un’Ucraina libera. Hanno spazzato via decenni della nostra crescita. Spero davvero che riusciremo a superarla”
Tante strade deserte. “Sogno che la Russia scompaia. Sogno che la gente non muoia più”. Corridoi bui, porte divelte. “Non so cosa la pace, non l’ho mai provata”.
“Ora, casa è anche una valigia. Per me, la guerra è sofferenza e aggressione. Non capisci perché qualcuno dovrebbe invadere il tuo Paese e insegnarti come vivere nel tuo stesso Paese”.
Bandiere ucraine ovunque. Giovani che ballano, ascoltano musica nei rifugi. “Nessuno pensa al dopo. Ora pensano tutti a far finire la guerra. Il futuro di cui parlo è l’espulsione di tutti i russi dal nostro Paese e la liberazione dei territori secondo i confini del 1991”.
Lamiere contorte. Balconi crollati. Finestre smembrate. Così parla e vive la gioventù ucraina sotto le bombe russe.
