A 30 anni dagli Accordi di Dayton, che sancirono la suddivisione del territorio della Bosnia Erzegovina dopo le guerre balcaniche della prima metà degli anni Novanta, domenica 23 novembre si sono svolte le elezioni presidenziali anticipate nella cosiddetta Republika Srpska (la Repubblica Serba di Bosnia Erzegovina), una delle due entità territoriali della Bosnia (l’altra è la Federazione di Bosnia ed Erzegovina). I nomi non aiutano a districarsi nella confusione balcanica.
La Republika Srpska si può considerare come l’erede di quei serbi bosniaci che furono i protagonisti della guerra di Bosnia, compresi alcuni degli episodi più criminali di quel conflitto (la strage di Srebrenica o il terribile assedio di Sarajevo). Alcuni di essi negano l’effettiva sussistenza dei crimini per i quali vennero perseguiti e condannati alcuni vertici politici e militari serbo-bosniaci del tempo.
Tutto ciò per dire che le tensioni, le rivalità, i rancori, sono tuttora esistenti. E se nonostante tutto questo la guerra non riprende, significa che l’impianto degli Accordi di pace di 30 anni fa, tutto sommato, è stato adeguato alla tenuta della pace.
L’ultimo presidente della Republika Srpska, Milorad Dodik, nel febbraio di quest’anno è stato condannato dalla Corte suprema del Paese (un anno di carcere e il divieto per sei anni di ogni attività politica) per aver ignorato le decisioni dell’Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina Christian Schmidt, e per le politiche separatiste tese a staccare la Republika Srpska dalla Bosnia Erzegovina, rischiando così di riaprire un pericoloso fronte di guerra.
Questa decisione della Corte suprema ha comportato la decisione della Commissione elettorale centrale di revocare il mandato del presidente Dodik, e di convocare anticipatamente i comizi per l’elezione del nuovo presidente.
Chi ha vinto? Ha vinto il candidato sostenuto proprio da Dodik, ossia Siniša Karan. Acceso nazionalista, convinto filo-russo, Karan ha ottenuto il 50,31% dei voti, prevalendo sul candidato dell’opposizione Branko Blanuša per un pugno di voti.
Con lo scrutinio dei voti ancora in corso, sono partite immediatamente le accuse di brogli elettorali e di manipolazione dei risultati. Le accuse dell’opposizione si concentrano soprattutto su quello che è stato definito il “triangolo delle Bermuda” del partito egemone di Dodik e di Karan, costituito dalle tre città di Zvornik, Doboj e Laktaši. L’opposizione accusa il partito al governo addirittura di aver “importato” elettori dalla vicina Serbia per far vincere Siniša Karan.
Pur avendo appena votato, tra un anno si terranno nuovamente le elezioni presidenziali alla scadenza naturale prevista. Gli equilibri della pace, nei Balcani, sono sempre molto complessi.
C’è una crisi di rappresentatività e di legittimità oggettiva. Una crisi politica, certo, non di natura giuridica. Ma se ai seggi va solo il 35% degli aventi diritto, sussiste una delegittimazione politica di fatto che non può essere ignorata. Il partito di governo, molto legato a Belgrado e con forti simpatie per il Cremlino, ha perso ben 100 mila voti rispetto alle elezioni precedenti.
Nel mondo politico esterno alla Bosnia c’è molta cautela nei commenti sulle elezioni e sulle prospettive politiche dei serbo-bosniaci. In controtendenza, coerentemente, è stato il primo ministro ungherese Viktor Orbán, che si è immediatamente complimentato con il vincitore nonostante le accuse di brogli.
Il marconista di bordo
