“La democrazia sovrana sta alla democrazia, come la sedia elettrica sta alla sedia”. La battuta pronunciata dallo scacchista russo Garri Kasparov a Vadim Baranov, il protagonista del film Il mago del Cremlino – Le origini di Putin (2025) del regista francese Olivier Assayas, riassume ironicamente alla perfezione la Russia di Putin, la sua cosiddetta “democrazia” e l’ideologia del “sovranismo”.

Con un soggetto tratto dall’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, e una sceneggiatura frutto della collaborazione tra il regista Assayas e il noto scrittore francese Emmanuel Carrère, il film ci racconta l’ascesa al potere di Vladimir Putin attraverso il punto di vista di uno dei suoi stretti collaboratori, “il mago del Cremlino” appunto (interpretato dallo statunitense Paul Dano), mentre racconta la sua storia allo studioso americano Lawrence Rowland (interpretato da un altro attore USA, Jeffrey Wright) nella casa isolata immersa nelle foreste innevate della Russia.

Ma forse dovremmo sostenere che il film non racconta solo l’ascesa al potere del direttore dei servizi segreti, ma ci immerge proprio nel cuore del potere russo contemporaneo, i suoi meccanismi di pressione, le sue mistificazioni, le sue spietatezze, l’onnipotenza dei suoi organismi di sicurezza.

Nel film viene descritta la Russia di Eltsin, un tentativo arruffato di aprire il Paese alla libertà e alla democrazia, segnato negli ultimi anni della sua presidenza dall’accaparramento dei beni e del patrimonio economici e finanziari da parte dei cosiddetti degli oligarchi. Ma la Russia non è un Paese facilmente riconducibile alla vertigine della libertà: il bisogno del ritorno ad un potere verticale e solido, tradizionale e autoritario, cresceva tra i cittadini davanti a confusione della democrazia.

La pellicola di Assayas ci mostra come fossero stati proprio alcuni oligarchi a rivolgersi a Putin per interpretare questa funzione (e per garantirsi la continuazione indisturbata della propria accumulazione di ricchezza e potere), e come successivamente avviene la sostituzione degli stessi oligarchi con altri più fedeli al nuovo potere. Stiamo parlando di Boris Berezovskij e di Igor Sechin.

Ma ci riporta anche alle bombe fatte esplodere a Mosca per giustificare la seconda guerra in Cecenia, o alle vicende di piazza Majdan a Kiev e alle paure del Cremlino che la “rivoluzione arancione” in Ucraina o la “rivoluzione delle rose” in Georgia potessero arrivare fino alla Russia. Gettando implicitamente una luce molto interessante sull’occupazione militare della penisola ucraina della Crimea, un’interpretazione dell’intervento russo in Ucraina che condividiamo perfettamente: una misura per prevenire il contagio democratico dentro la Russia.

La scena finale del film non la riveliamo. Possiamo dire solo che risulta perfettamente coerente con la natura del potere putiniano.