I tre fenomeni più appariscenti del nostro tempo (i cambiamenti climatici, l'”effetto Putin” e l'”effetto Trump”) stanno ridisegnando il nord Europa. I cambiamenti climatici sciolgono i ghiacci del Mar Artico; l'”effetto Putin” ha già provocato l’adesione alla NATO di due storici Paesi neutrali coma la Svezia e la Finlandia; l'”effetto Trump” ha rinsaldato i difficili legami della Groenlandia con la Danimarca, e sta spingendo l’Islanda a riproporre a sé stessa la domanda: non è che conviene anche a noi islandesi entrare nell’Unione Europea?
Il prossimo 29 agosto, per la prima volta nella sua storia di Paese indipendente, l’Islanda si esprimerà su un referendum che ha per oggetto il possibile avvio di negoziati con Bruxelles in vista di una ipotetica adesione all’Unione Europea. Reykjavík avanzò domanda formale di adesione all’UE nel luglio 2009, con il conforto di un voto parlamentare, ma nel 2013 il nuovo governo euroscettico la ritirò peraltro senza alcuna consultazione parlamentare. Il quesito referendario posto agli elettori sarà molto semplice: “L’Islanda dovrebbe riaprire i negoziati di adesione con l’Unione Europea?”.
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Le ragioni del travaglio islandese circa i rapporti con le istituzioni comunitarie affondano nell’economia e nella politica interna ed estera. Dal punto di vista economico i principali timori riguardano due delle principali attività dell’isola, ovvero la pesca e l’agricoltura, e le conseguenze sulla zona di pesca d’esclusivo utilizzo nazionale una volta entrata nell’Unione. Dal punto di vista della politica internazionale, l’Islanda è molto dipendente dagli Stati Uniti e dalla sua copertura militare: si tenga presente che l’Islanda è l’unico Paese membro della NATO a non avere forze armate. L’attuale politica dell’amministrazione Trump, fondata sui dazi e sulle minacce di conquista (vedi la vicina Groenlandia), ha scosso anche le acque islandesi.
Infine, anche la politica interna è attraversata da tensioni contrastanti. Come in molti altri Paesi del continente europeo, anche la destra islandese è caratterizzata da populismo ed euroscetticismo, mentre il centro e la sinistra sono molto più propensi all’adesione all’Unione. È stato infatti l’attuale governo di Reykjavík, guidato dalla socialdemocratica Kristrún Frostadóttir e costituito da un’alleanza tra socialdemocratici (Samfylkingin), liberali (Viðreisn) e il Partito del Popolo, a riproporre la volontà di riaprire i negoziati con Bruxelles.
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Gli ultimi due sondaggi svolti tra gli elettori forniscono indicazioni contrastanti. Il primo, condotto da Maskína per il portale di notizie DV di Reykjavík, indica che il 53,1% degli islandesi che hanno già deciso cosa votare si esprimerà a favore della riapertura dei negoziati per l’ingresso nell’UE. Prendendo in considerazione tutti i partecipanti al sondaggio, compresi quindi gli indecisi, l’esito sarebbe il seguente: 44,5% per il “sì”, il 39,4% per il “no”, il 14,6% sono indecisi, e l’1,5% si è rifiutato di rispondere. La fascia d’età più favorevole all’Europa è quella compresa tra i 40 e i 49 anni (59,5% a favore). Ai due estremi della piramide dell’età si registra la prevalenza delle opzioni opposte: tra i più giovani (18-29 anni) prevale l’europeismo (52,3% per il “sì”), tra i più anziani (più di 70 anni) prevale l’euroscetticismo (53,1% per il “по”).
Il secondo sondaggio contrasta con il primo. Condotto da Gallup e pubblicato dal giornale islandese Viðskiptablaðið, mostra invece che la maggioranza degli islandesi si oppone ancora all’adesione all’UE. Tra gli intervistati che hanno espresso un’opinione precisa, il 54% si è dichiarato contrario all’ingresso dell’Islanda nell’Unione.
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Si tenga comunque conto che l’Islanda, con un PIL pro-capite a parità di potere d’acquisto tra i più alti del continente, fa già parte dello Spazio economico europeo dal 1994, e che nel 1996 procedette alla ratifica degli Accordi di Schengen. Insomma, l’Islanda ha un piede dentro e uno fuori dal sistema comunitario europeo. Il referendum del 29 agosto fornirà una indicazione della rotta che intenderà prendere la popolazione.
