L’insofferenza verso ogni possibile controllo sul proprio operato è tipica dei leader politici alla guida (o aspiranti tali) delle diverse forme esistenti di democrazie illiberali. Tra gli organismi più bersagliati da questa insofferenza verso l’assetto della comunità mondiale fondato sul diritto non può che esserci la Corte Penale Internazionale (CPI), accusata dalle democrazie illiberali di essere politicizzata. C’è poca fantasia in questi leader: tutte le volte che vengono messi sotto indagine, è sempre colpa della giustizia politicizzata, nazionale o internazionale che sia.

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La CPI indaga e, se riesce, processa gli individui accusati dei crimini più gravi: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità, crimine di aggressione. Regolata da un trattato internazionale (Statuto di Roma) [LINK] firmato da 125 Paesi, la CPI è il primo tribunale penale internazionale permanente al mondo: la sede è in Olanda (L’Aia).

Ad esclusione della Bielorussia, tutti i Paesi europei riconoscono la giurisdizione della CPI. Ma nel 2024 l’allora premier Viktor Orbán annunciò la volontà del governo d’Ungheria di uscire dallo Statuto di Roma e dalla CPI. Troppo stretti i rapporti di Orbán con Vladimir Putin e con Benjamin Netanyahu, sulle cui teste gravavano, e gravano ancora, i mandati di cattura spiccati dalla CPI.

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Il processo di uscita dalla Corte è lungo, e sarebbe avvenuto il 2 giugno se non ci fossero state le elezioni politiche a Budapest, che hanno portato alla pesante sconfitta di Orbán, alla vittoria del nuovo premier Magyar, e al ritorno dell’Ungheria nell’alveo delle democrazie europee senza ombre o ambiguità. Lunedi 25 maggio il nuovo governo di Budapest ha presentato all’Assemblea Nazionale un disegno di legge urgente per revocare la decisione di Orbán.

Due giorni dopo, mercoledì 27 maggio, i parlamentari ungheresi hanno espresso il loro voto sul disegno di legge, e il premier ha incassato una vittoria schiacciante: la revoca dell’uscita dalla CPI è stata approvata con 133 voti favorevoli (su 175 deputati presenti), 5 astensioni e 37 voti contrari. Così l’Ungheria rimane all’interno della giurisdizione della Corte Penale Internazionale, come tutte le altre democrazie europee.

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Questa vicenda ha un valore non adeguatamente apprezzato dalla stampa italiana. I motivi di soddisfazione sono almeno due.

Il primo consiste nel fatto che dalle democrazie illiberali, almeno in Europa, si può tornare indietro. Con effetti immediati. La caduta di Orbán ha già consentito lo sblocco del prestito finanziario dell’Unione Europea all’Ucraina, per permettere a Kiev di continuare a resistere all’aggressione russa. Ora si aggiunge un ulteriore riconoscimento verso la Corte Penale Internazionale dell’Aia con la conferma della presenza dell’Ungheria.

Il secondo motivo di soddisfazione riguarda l’Europa. Nonostante gli attacchi esterni e interni, le obiettive debolezze intrinseche, l’assedio strategico contro Bruxelles, la fascinazione per gli “uomini forti” e le nuove forme di autocrazia sostanziale dentro una cornice formale democratica, l’Europa rimane l’area del mondo dove il diritto internazionale ha ancora un valore. Un ordine internazionale fondato non sull’istinto predatorio del più forte, ma sul rispetto del diritto come forma di convivenza pacifica tra gli Stati, vede nella Corte Penale Internazionale un tassello del mosaico che vuole conciliare la pace con la sicurezza, la libertà con la giustizia. E da Budapest è arrivata quindi una buona notizia.

Un’ultima considerazione: tra gli Stati che non riconoscono la giurisdizione della Corte Penale Internazionale ci sono la Russia, la Cina, gli Stati Uniti e Israele.