Gli anni di piombo osservati e vissuti da due ragazzi nella Firenze degli anni Settanta, due ragazzi che si conosceranno qualche decennio dopo e che decideranno di intraprendere insieme un viaggio nella memoria delle vicende che coinvolsero allora i loro padri. Questo è il contesto del romanzo L’alba del giorno dopo (2026) di Nicoletta Perondi, edito da SEF – Società Editrice Fiorentina, una storia vera di cui l’autrice è essa stessa una protagonista. È una storia sul terrorismo e sulla politica italiana, sulla violenza nelle università e sulla caparbietà dei familiari delle vittime del terrorismo nel ricostruire una vita stravolta.
I due protagonisti principali sono Lucrezia e Lorenzo. Il padre di Lorenzo è un leader politico della Democrazia Cristiana, il papà di Lucrezia un professore universitario presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze negli anni che intercorrono tra il Sessantotto e il Settantasette, tra la contestazione studentesca e l’attivismo dei gruppi della sinistra extraparlamentare.
Lorenzo e Lucrezia vivono da bambini le vicende dei rispettivi padri, cosicché la lettura del libro da un lato ci consente di incontrare i due “cavalli di razza” della Democrazia Cristiana, Aldo Moro e Amintore Fanfani (di cui il babbo di Lorenzo era stato uno dei più stretti collaboratori), e dall’altro ci accompagna nel mondo dell’estremismo violento vissuto dal prof. Emilio Perondi ad Architettura, nell’ateneo fiorentino. Potere Operaio, Lotta Continua, Lotta Comunista, Autonomia Operaia. E infine il gruppo terroristico di Prima Linea che a Firenze nacque proprio intorno al collettivo di Architettura.
È una storia di resistenza alla sopraffazione e alla violenza, una storia intrisa dal senso del dovere. Un dovere non astratto, né eroico, bensì quello che sorge dal senso di responsabilità, sia esso di natura politica o educativa. È una storia di dolore, non solo da parte di chi subisce la violenza politica diffusa negli anni Settanta, ma anche e soprattutto da parte dei familiari, che si ritrovano a dover ricostruire la propria vita sulle fondamenta di una sofferenza interiore profonda. Ma è anche una storia di speranza personale e civile, sostenuta dalla determinazione della volontà e dal calore dell’affetto.
Noi siamo ciò che la memoria ha sedimentato nella nostra coscienza. E il viaggio nella memoria di Lucrezia e Lorenzo li porterà a Firenze, a Volterra, a Talamone, a Roma, a Milano, a Udine, a Tarcento, a Brescia. Iniziato a Firenze, la città dove i due protagonisti sono nati e dove i due genitori hanno vissuto, il viaggio raccontato nel romanzo-verità trova il suo epilogo a Brescia, in quella piazza della Loggia da cui inizia un altro percorso che porta al Memoriale delle vittime del terrorismo e della violenza politica.
“Raggiungono di nuovo piazza della Loggia. «Un caffè?». Si siedono ad un tavolino all’aperto. Il loro cammino è terminato, come per i due viandanti di Emmaus. «Ora possiamo tornare a casa». Una bambina corre dietro ad un pallone, sorride a entrambi, e scappa via”.
