Le recenti tornate elettorali in alcuni Paesi europei hanno avviato processi politici che si stanno finalizzando con la nascita di nuovi governi, come a Copenaghen. E anche alcune crisi governative si avviano a definire una soluzione, come a Vilnius e a Bucarest.
In Danimarca, dove si è votato per il rinnovo del Parlamento nel marzo 2026, la premier uscente Mette Frederiksen ha formato il 3 giugno il suo terzo governo, questa volta di minoranza. Si tratta di una coalizione di centro-sinistra chiamata, nel gergo popolare, il “governo quadrifoglio” (Firkløverregeringen).
Le quattro “foglie” dell’alleanza sono costituite dai socialdemocratici della premier Frederiksen, dalla sinistra verde del Socialistisk Folkeparti, dai social-liberali del Radikale Venstre, e dai Moderati del ministro degli Affari Esteri uscente e rientrante Lars Rasmussen. Le linee guida del nuovo governo consisterebbero nel sostegno alle famiglie colpite dall’aumento dei prezzi, e nel mantenimento di una politica migratoria restrittiva. Quest’ultima azione rese già piuttosto famoso il precedente governo Frederiksen, perché si trattava, e si tratta, di una misura di contenimento dell’immigrazione promossa da un governo a guida di sinistra.
In Lituania, il 6 giugno scorso, i socialdemocratici hanno deciso di interrompere la collaborazione al governo con il partito di estrema destra di Alba Nemunas. È una decisione importante: significa, probabilmente, tentare di sostituire all’interno della maggioranza l’estrema destra con il partito più moderato dei Democratici “Per la Lituania”, un partito sempre conservatore ma non estremista né populista. Si tenga presente che il leader di Alba Nemunas, Remigijus Zemaitaitis, rappresenta quel miscuglio di nostalgia sovietica e di una attualità fortemente radicalizzata a destra che si ritrova in molte realtà dell’Europa orientale soggette al ritorno di fiamma dell’influenza russa.
Remigius Zemaitaitis è già stato condannato per antisemitismo, e continuerebbe a rilasciare dichiarazioni definite da molti osservatori politici lituani come incendiarie. Tra cui, per esempio, l’idea che l’indipendenza della Lituania dall’Unione Sovietica sia stata un colpo di Stato. A tutto ciò vanno sommati i sospetti di corruzione che impattano il suo partito, e le accuse sui legami con esponenti russi e bielorussi. Insomma, la collaborazione con i socialdemocratici lituani risulta pressoché impossibile.
Uno dei nodi da sciogliere, forse il più importante, riguarda l’incarico di Primo ministro: continuerà a ricoprire la carica l’attuale premier Inga Ruginiene, o emergerà la necessità di non limitarsi alla sostituzione dell’estrema destra nella maggioranza, ma di allargare il cambiamento anche alla guida del governo?
Infine, in Romania il presidente Nicusor Dan ha firmato il decreto che designa Eugen Tomac come candidato alla carica di Primo Ministro, al fine di richiedere al Parlamento il voto di fiducia sul programma e sulla lista dei nuovi ministri. Il 23 aprile scorso i ministri socialdemocratici del precedente governo guidato da Ilie Bolojan si erano dimessi aprendo così la crisi di governo. Il nuovo premier designato dal presidente Dan è un parlamentare europeo, un indipendente collocato nell’area di centro-destra, che potrebbe ripercorrere le orme politiche del governo precedente, ma con più duttilità favorendo così il dialogo tra i partiti della maggioranza. I problemi economici e politici della Romania permangono comunque di difficile soluzione in un quadro politico così frammentato.
Il marconista di bordo
