Ormai da qualche anno è diventato un costume, tipico almeno di alcune élites politiche, accomunate dalla stessa prassi pur appartenendo a Paesi diversi: una volta perse le elezioni, si grida al furto e ai brogli. Addirittura in qualche caso, come nelle imminenti elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, si sbandierano i possibili brogli elettorali prima ancora che si aprano le urne. Il risultato è seminare il disordine, accrescere la sfiducia nei processi democratici, indurre a ribaltare con la violenza l’esito del voto. Facciamo una carrellata dei casi più eclatanti.
Donald Trump, dopo la sconfitta nelle elezioni presidenziali statunitensi del 2020, parlò di “voti illegali” in quantità tali da poter ribaltare il risultato, denunciò brogli ai suoi danni, autoproclamandosi vincitore. Come noto un’orda di sostenitori trumpiani, con tanto di elmetto con le corna, finì per assaltare la sede del Congresso, sulla collina del Campidoglio. Qualcosa di simile a un tentato colpo di Stato. L’unico precedente fu l’assalto compiuto al Congresso americano dalle truppe britanniche nel 1814.
Bolsonaro padre (Jair), dopo la sconfitta nelle elezioni presidenziali brasiliane del 2022, tardò molto ad accettare pubblicamente la sconfitta, alimentando così l’idea di una sconfitta dovuta a brogli e trucchi, una perdita dovuta solo a intrallazzi. Alla fine accettò la transizione con il vincitore delle elezioni, ma i suoi seguaci imitarono la reazione degli amici trumpiani d’America avvenuta due anni prima: assalirono il Congresso nazionale brasiliano, il Palazzo presidenziale e quello della Corte Suprema. Anche in questo caso, qualcosa di simile a un tentato colpo di Stato.
Bolsonaro figlio (Flávio), dopo la sconfitta nelle elezioni presidenziali brasiliane del 2026, fugge nottetempo dal suo Paese e dai suoi tribunali, raggiunge gli Stati Uniti dell’amico Trump, e dichiara che il “vero” presidente del Brasile è lui, e non il vincitore Lula. Alcuni trumpiani d’Italia hanno ritenuto che abbia fatto bene a fuggire. A dire il vero il vincitore Lula, quando nel 2016 venne accusato di corruzione, non fuggì dal Brasile: trascorse due anni in carcere, uscì e tornò a vincere le elezioni nel 2022.
Il Likud, il partito del premier Benjamin Netanyahu che non è riuscito a ottenere la maggioranza assoluta nelle elezioni parlamentari israeliane del 2026, ha affermato che le elezioni sono state “rubate” dai partiti arabi.
Donald Trump, in prossimità delle elezioni di midterms del 3 novembre prossimo, ha dichiarato che rispetterà i risultati solo se saranno elezioni oneste e corrette. Chi giudicherà se saranno oneste e corrette? Lui? L’ambiguità del messaggio prefigura uno scenario di forte tensione in caso di sconfitta del presidente.
C’è nel mondo una destra sempre più estrema che, se perde le elezioni, propala messaggi denigratori sui meccanismi elettorali e sulla certezza della vittoria dei propri avversari. Per fortuna, la destra europea non sta seguendo questo costume estremamente pericoloso di alcuni suoi modelli internazionali. E francamente, l’auspicio è quello che non lo faccia neanche nel futuro. Abbiamo bisogno di una destra democratica, non di una destra semi-golpista.
Il marconista di bordo
